Telmo Pievani e Mauro Varotto.
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Viaggio nell'Italia dell'Antropocene.
La geografia visionaria del nostro futuro.
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2021. Aboca. Societ Agricola Sansepolcro. AREZZO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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UN LIBRO SORPRENDENTE E PROVOCATORIO CHE IMMAGINA COME CAMBIER LA GEOGRAFIA DELL'ITALIA SE NON SAREMO CAPACI DI ARRESTARE GLI EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO.
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Come ormai tutti purtroppo sappiamo, l'impatto dell'umanit sul pianeta sta producendo effetti devastanti. La realt geografica che identifichiamo con l'Italia  stata nei millenni estremamente mobile per ragioni tettoniche, morfogenetiche, climatiche, ma in ultimo anche antropiche e possiamo dunque affermare, con rigore scientifico, che Homo sapiens sta contribuendo a cambiare il clima e pertanto anche la conformazione della superficie terrestre: non  un fenomeno recente, ma non era mai accaduto in tempi cos rapidi e con conseguenze cos vaste. Considerata questa inedita accelerazione, non possiamo fare a meno di chiederci: come muter l'aspetto del mondo nel futuro prossimo? Se tutto continuer ad andare per il verso sbagliato e non attueremo le giuste misure per evitarlo, assisteremo alla fusione dei ghiacci perenni e all'innalzamento del livello dei mari.
Per farci riflettere sui rischi concreti a cui potremmo andare incontro, il filosofo ed evoluzionista Telmo Pievani e il geografo Mauro Varotto hanno immaginato come si trasformer l'Italia proiettandoci, in maniera distopica, nell'anno 2786. Esattamente 1000 anni dopo l'inizio del viaggio in Italia di Goethe, comincia cos il tour di Milordo a bordo del battello Palmanova attraverso la geografia visionaria del nostro futuro: la Pianura padana sar quasi completamente allagata; i milanesi potranno andare al mare ai Lidi di Lodi; Padova e tantissime altre citt saranno interamente sommerse; altre ancora si convertiranno in un sistema di palafitte urbane; le coste di Marche, Abruzzo e Molise assumeranno l'aspetto dei fiordi; Roma sar una metropoli tropicale; la Sicilia un deserto roccioso del tutto simile a quello libico e tunisino... Tappa dopo tappa, al viaggio di Milordo far da contraltare l'approfondimento scientifico che motiver, con dati e previsioni, le ragioni del cambiamento territoriale - illustrato, per l'occasione, con una serie di mappe dettagliatissime create da Francesco Ferrarese. Uno scenario giudicato per fortuna ancora irrealistico, ma utile per farci capire che l'assetto ereditato del nostro Paese non  affatto scontato e che la responsabilit di orientarlo in una direzione o nell'altra  tutta nostra.
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GLI AUTORI.
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Telmo Pievani (1970),  docente di Filosofia delle scienze biologiche all'Universit degli Studi di Padova. Tra le sue numerose pubblicazioni ricordiamo: Libert di migrare. Perch ci spostiamo da sempre ed  bene cos (Einaudi, 2016, con Valerio Calzolaio), Sulle tracce degli antenati. L'avventurosa storia dell'umanit (Editoriale Scienza, 2016), Homo sapiens e altre catastrofi (Meltemi, 2018), La Terra dopo di noi (Contrasto, 2019, fotografie di Frans Lanting) Imperfezione. Una storia naturale (Raffaello Cortina, 2019) e Finitudine. Un romanzo filosofico su fragilit e libert (Raffaello Cortina, 2020). Dal 2018  direttore del web magazine dell'Universit di Padova, "Il Bo live". Collabora con "Il Corriere della Sera" e con le riviste "Le Scienze" e "Micromega".
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Mauro Varotto (1970)  docente di Geografia all'Universit degli Studi di Padova. Dal 2008 coordina il Gruppo Terre Alte del Comitato scientifico centrale del Club alpino italiano. Ha pubblicato Il grigio oltre le siepi. Geografie smarrite e racconti del disagio in Veneto (nuovadimensione, 2005, con Francesco Vallerani), La montagna che torna a vivere. Testimonianze e progetti per la rinascita delle Terre Alte (nuovadimensione, 2013), Paesaggi terrazzati d'Italia. Eredit storiche e nuove prospettive (Franco Angeli, 2016, con Luca Bonardi), Montagne del Novecento. Il volto della modernit nelle Alpi e Prealpi venete (Cierre, 2017) e Montagne di mezzo. Una nuova geografia (Einaudi, 2020). Ha ideato e prodotto il documentario Piccola terra (Premio CinemAmbiente 2012).
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AVVERTENZA.
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Il racconto del viaggio di Milordo  di Telmo Pievani, gli approfondimenti scientifici tra una tappa e l'altra del viaggio sono di Mauro Varotto. Le cartografie e i dati statistici sull'Italia del 2786 sono a cura di Francesco Ferrarese.
Gli autori hanno deciso di donare i proventi ricavati dalla vendita del libro al Museo di Geografia dell'Universit di Padova per sostenere l'attivit di educazione geografica sugli effetti del cambiamento climatico.
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Viaggio nell'Italia dell'Antropocene.
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Indice.
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Introduzione.
1. VENETIA. Un campanile solitario. (Ben)venuti a Little Italy.
2. TRANSPADANA. Il mare Padano. Ghiacciai estinti e sciate ricordo.
3. AEMILIA. Il ritorno delle palafitte. Che tempo far: il meteo degli estremi.
4. ETRURIA. Verso Firenze, discutendo di Antropocene. Acqua dolce che cala, acqua salata che cresce.
5. PICENUM ET SAMNIUM. Norvegia mediterranea. La grande risalita verso le terre alte.
6. LATIUM. Mare Nostrum di Roma. Citt come gironi infernali.
7. SARDINIA. Un paradiso tropicale. Nuovi cibi o nuovi modi di produrre lo stesso cibo?
8. CAMPANIA. L'isola vulcano. Abitare tra ecotecnica ed ecotattica.
9. APULIA. Le isole tropicali del sud. C' deserto e deserto...
10. TRINACRIA. Nel sud africano. Take part! Facciamo la nostra parte.
Bibliografia essenziale.
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Fine Indice.
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Introduzione.
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L'idea di questo libro ha origine da una mappa realizzata nel 1940 dal geografo Bruno Castiglioni per i tipi del Touring Club Italiano, oggi esposta nella Sala dedicata al Clima del Museo di Geografia dell'Universit di Padova, primo museo geografico universitario in Italia, inaugurato nel 2019. Quella mappa rappresenta due Italie molto diverse: un'esile silhouette peninsulare nella fase finale del Pliocene, risalente a 2,5 milioni di anni fa, quando la Pianura Padana ancora non esisteva e al suo posto si trovavano le calde acque tropicali del golfo pliocenico padano, e una pi tozza conformazione corrispondente alla fase fredda dell'ultimo massimo glaciale, intorno a 20.000 anni fa, quando la costa adriatica si chiudeva all'altezza di Ancona.
Quella mappa ci ricorda che la realt geografica che chiamiamo Italia  stata nei millenni estremamente mobile, per ragioni tettoniche, morfogenetiche, climatiche, e in ultimo anche antropiche, dal momento che oggi - secondo i geologi - ci troviamo alle soglie di una nuova era, l'Antropocene, in cui  l'uomo stesso a modificare sensibilmente gli equilibri ereditati, con una accelerazione inedita verso una nuova fase calda planetaria. Possiamo dunque affermare con rigore scientifico che Homo sapiens sta contribuendo a cambiare il clima del pianeta sul quale vive e di conseguenza anche la conformazione della
sua superfcie: non  un fenomeno recente, ma non era mai accaduto in tempi cos rapidi e con conseguenze cos vaste.
Abbiamo deciso di prendere ispirazione dalla vecchia carta di Bruno Castiglioni per mettere di nuovo in gioco questa prospettiva mobile, proiettando l'Italia in un ipotetico, fantascientifico e distopico anno 2786: la fusione ormai completa delle calotte glaciali continentali ha causato una nuova fase di ingressione marina che ha raggiunto i 65 metri di quota sul livello di costa attuale. Uno scenario, a onore del vero, giudicato irrealistico, ma utile per riflettere sul fatto che l'assetto ereditato del nostro territorio non  affatto scontato, e che  oggi nostra la responsabilit di orientarlo in una direzione o nell'altra.
Secondo una ricerca dell'Universit del New South Wales, con sede a Sydney, gi 120.000 anni fa, nell'ultimo periodo interglaciale, un aumento nelle temperature degli oceani port alla fusione di parte dei ghiacci continentali e a un sollevamento di tre metri del livello dei mari. A causare l'innalzamento dei mari fu in particolare la fusione della calotta glaciale dell'Antartico occidentale, allora come oggi particolarmente vulnerabile al riscaldamento globale poich poggia in buona parte sul fondo marino piuttosto che sulla terraferma. La temperatura degli oceani durante l'ultimo periodo interglaciale era probabilmente fino a 2 gradi pi calda di quanto sia oggi e il livello globale del mare era 6-9 metri pi alto. E un fenomeno gi accaduto quindi, anche se con una evoluzione lenta, nell'arco di decine di migliaia di anni: qualcosa di ben diverso dalla rapida mutazione prevista dai modelli climatici che esaminano quanto potrebbe accadere da qui a fine secolo, e cio nell'arco di appena un centinaio di anni.
In questo viaggio semiserio per l'Italia del 28esimo secolo il protagonista Milordo ricalca le orme del Viaggio in Italia fatto, esattamente mille anni prima, da Johann Wolfgang von Goethe: fantascienza, riflessione scientifica e giocosit picaresca prefigurano alcuni degli scenari che ci attendono se la nostra azione rimarr sorda ai moniti di studiosi, scienziati e organizzazioni internazionali, al loro invito a invertire rotta, riflettendo sulle ricadute climatiche e ambientali del nostro attuale modello di sviluppo e stile di vita. Questo  un libro che rispecchia, inoltre, una nuova idea di universit, alle soglie del terzo millennio: non una torre d'avorio del sapere rinchiusa in s stessa, ma un faro in grado di orientare e sensibilizzare la societ civile attraverso una comunicazione che superi gli stretti recinti della ricerca e della didattica accademiche, investendo in una "terza missione" orientata al public engagement. Si tratta di un percorso circolare doppiamente virtuoso: la riflessione sul nostro futuro genera a sua volta il sostegno, da parte di chi acquister il volume, alle attivit del Museo di Geografia, che contribuir cos a sviluppare la sua azione di conoscenza, educazione e sensibilizzazione al cambiamento climatico nelle scuole e nella societ civile.
Un ringraziamento va ad Aboca per aver ispirato e creduto in questo progetto, al Servizio di Comunicazione e Fundraising dell'Universit di Padova per il supporto all'iniziativa, e a tutti voi perch contribuirete con la vostra lettura a questa importante missione, forse la pi importante che attende l'umanit in questo e nei secoli a venire.
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Telmo Pievani e Mauro Varotto.
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1. VENETIA.
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Un campanile solitario.
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Non erano ancora seduti sul battello che la guida stava gi parlando. Diceva che una visita a Venezia era una tappa obbligata nel Grand Tour che mille anni fa gli aristocratici e i ricchi inglesi, tedeschi e nordici compivano come rito di passaggio al termine della pubert, seguendo le orme di poeti in cerca di ispirazione, di antiquari a caccia di occasioni e di damigelle da maritare. La guida aveva poi aggiunto, con la solita sbavatura di prolissit, che a quei damerini e a quelle libere gentildonne in viaggio nel sud dell'Europa era per mancato il brivido di vederla sommersa, Venezia.
Non con l'acqua granda, che prima o poi si ritira, no, proprio sommersa, e per sempre. Milordo, come tutti i turisti mitteleuropei di buona famiglia, era atterrato a Trieste, che con i suoi caff e le librerie si era trasferita in altura, verso il confine con la Slovenia. Il ragazzo veniva da due settimane di vacanza nei fiordi dell'Istria, che non immaginava cos calda, e poi in campeggio sopra le scogliere della bella insenatura di Muggia. Non ne poteva gi pi di quella chiacchierona un po' invadente che voleva farsi chiamare chaperon, ma l'idea di galleggiare sopra una Venezia subacquea lo interessava parecchio.
Pens che avrebbe finalmente visto in originale il capolavoro di edilizia lagunare pi imitato al mondo, prima a Las Vegas, in Cina e in altri parchi giochi urbani, poi - quando intorno al 2100 i mari
avevano cominciato ad alzarsi sul serio - preso a modello da centinaia di citt costiere invase dall'acqua che avevano dovuto reinventarsi, spostarsi nell'entroterra, guadagnare qualche decina di metri in altezza. Le palafitte erano inaspettatamente tornate di moda, ma fatte di materiali sintetici immarcescibili. Lo stuzzicava l'idea di vedere la citt vera, s, anche se immortalata l sotto nel suo abisso di dimenticanza, ferma come in un acquario, stranamente simile a quelle Venezie messe dentro le bocce con la neve che cade quando le capovolgi. La citt era diventata il souvenir di s stessa.
Qualcuno aveva scritto nel 2000 che la forma di Venezia vista dall'alto era quella di un pesce, anzi che Venezia era proprio un pesce. Era normale che a un certo punto tornasse a nuotare nel suo elemento. La giunonica guida del Grand Tour antropocenico amava queste battute. Solo lei, a onore del vero. Al gruppo interess molto di pi sapere che verso l'inizio del Terzo Millennio gli abitanti della laguna erano riusciti invero a realizzare una diga di contenimento delle acque alte, dopo decenni di ritardi, malversazioni, sprechi miliardari, tangenti, intoppi burocratici, corruzioni, estenuanti processi in tribunale, revisioni e collaudi. Ci avevano messo cos tanto che, quando l'avevano inaugurata, la tecnologia usata era gi vecchia e superata, e faceva un po' acqua da tutte le parti. Dopo l'inaugurazione aveva funzionato s per qualche tempo, per la gioia e il sollievo di tutti, ma ben presto l'Adriatico si era alzato abbastanza da superare quel povero anacronistico argine. Cos i venti, le maree e le stagioni avevano ricominciato quasi subito a congiurare per mandare sott'acqua la citt, questa volta per sempre.
Milordo pens che era la solita storia. A scuola gliene avevano raccontate molte altre di simili. Sull'Olanda e sul
Bangladesh, gli pareva di ricordare. Di fronte ai primi effetti tangibili, e costosi, del riscaldamento climatico, peraltro ampiamente previsti gi dalla fine del Secondo Millennio, gli umani del Primo Antropocene avevano accarezzato l'idea che le tecnologie da sole potessero salvarli. Pur di non ammettere che avrebbero dovuto cambiare stili di vita e di consumi, avevano iniziato a progettare muraglie difensive per fermare gli oceani. Il caso pi eclatante, finito in un colossale disastro dopo soli trent'anni, era stato quello di Miami, in Florida. Per volere di un presidente megalomane e psicopatico, eletto democraticamente per due volte con l'80% dei suffragi, che aveva bisogno di difendere la sua villa miliardaria con parco da golf sul lungomare, erano state erette un po' ovunque dighe ciclopiche per irreggimentare le piene ed erano stati scavati canali di drenaggio cos imponenti che li avrebbero visti anche gli astronauti dalla Base Lunare. E poi ci si era messi a fantasticare di bombardare le nuvole per far piovere e nevicare, di spargere nei cieli inquinati delle megalopoli dei batteri sintetici in grado di mangiare le polveri sottili e metabolizzare l'anidride carbonica, di addomesticare insomma il tempo atmosferico attraverso interventi di geo-ingegneria. Sappiamo come era finita quella tragica illusione.
Mentre Milordo rimuginava, il panciuto battello a idrogeno moll gli ormeggi. Si chiamava Palmanova e faceva parte della flotta della Alto Adriatico Tours, nome poco originale. Il molo del porto di Udine si allontan lentamente. Era una giornata tersa, tanto che le Alpi Carniche sullo sfondo sembravano vicinissime. La citt di Udine distava alcuni chilometri dal suo porto. Verso est si intravedeva l'imboccatura della Baia del Vipacco, dove una volta si stendeva Gorizia, la citt divisa in due tra Italia e Slovenia, e un tempo spezzata a met dalla Cortina di Ferro. L'imbarcazione prese la direzione opposta, seguendo la riviera friulana verso la foce larga e distesa del Tagliamento. La navigazione era tranquilla e piacevole, difficile immaginarsi che quelle acque, di l a qualche mese, sarebbero state scosse dagli uragani stagionali e dall'immane scontro tra le masse d'aria calda del mar Tropicale Mediterraneo e i venti freschi incanalati e accelerati dalle vallate alpine sovrastanti.
Poco prima che si aprisse, alla loro destra, il golfo del Cansiglio, la guida disse che stavano passando sopra le strade della vecchia Pordenone, ora ricostruita dieci chilometri pi a nord. Tra i porti di Conegliano e di Montebelluna, ammirarono il delta del Piave aprirsi all'improvviso facendosi largo tra Montello e i colli di Soligo. La metropoli di Belluno invece restava nascosta dietro le montagne, anche se si percepiva la sua presenza per via delle strade e dei traffici che scendevano da l. Era il capoluogo di regione, crocevia del montagnoso e collinoso nordest italiano. Poco oltre, sopra la Vecchia Treviso sommersa, videro un vastissimo campo eolico marino. Appena prima di scorgere l'estuario del Brenta e la grande area industriale marittima di Bassano, la guida chiese loro di guardare a ore due, verso la possente balconata meridionale dell'altopiano di Asiago: da lass, aggiunse, si potevano ammirare tutta la distesa dell'Alto Adriatico, l'isola Berica, l'intero arcipelago Euganeo e sullo sfondo, a sud, il mare Padano. Era un piccolo paradiso chiuso, divenuto appannaggio esclusivo di miliardari bellunesi e trentini con villone e stuoli di maggiordomi, nel quale grazie a un particolare microclima si stava bene anche in estate, quando la riviera veneta sottostante era letteralmente invivibile, a meno di non rinchiudersi con l'aria condizionata al massimo nelle hall e nelle piscine di certi hotel di mare a Schio e Malo.
Poco dopo mezzogiorno, l'equipaggio offr un aperitivo, incluso nel pacchetto della gita. Milordo chiese subito cosa fosse e gli risposero Prosecco di Cortina d'Ampezzo, tra i migliori per rapporto qualit-prezzo, anche se ben lontano dall'inarrivabile Prosecco del Comelico. Dopo un buffet leggero, la navigazione entr nel vivo. Il lieve buonumore introdotto dall'alcol rese quasi tollerabili persino le spiegazioni puntigliose della guida. Nelle prime ore del pomeriggio il battello si affacci sul canale Berico e indulse per un po' lungo la frastagliata costa settentrionale dell'isola Berica, sopra la palladiana Vicenza da tre secoli sommersa, un'altra tappa d'obbligo nel Grand Tour del millennio passato. L'imbarcazione scese quindi verso sud, per mostrare ai gitanti le dolci e smussate forme vulcaniche dell'arcipelago Euganeo, composto dall'isola del Venda, la pi grande, dalle isole di Praglia, dall'isola delle Terme, dall'isola di Monte Ricco e da quella di Monte Lozzo.
Bench il paesaggio fosse splendido, con spiaggette tropicali, vegetazione rigogliosa e sorgenti termali, tutti sapevano che quei lidi erano pressoch colonizzati da oligarchi russi e altri magnati dell'Est, il che li rendeva meno attraenti e comunque inaccessibili ai comuni mortali, inclusi quelli che potevano permettersi di rifare il Grand Tour dell'Italia dell'Antropocene. Cresceva il desiderio dell'atteso finale, di Venezia sommersa. Prima per, non senza il disappunto di alcuni, il battello prese una curva larga verso nord, per navigare sopra la citt di Padova, sede in passato di un'antichissima e prestigiosa Universit che nel 2222 aveva fatto appena in tempo a festeggiare i suoi primi mille anni di vita. Poi ci aveva pensato l'Adriatico, con lento ma inesorabile incedere, che venendo su metro dopo metro da Mira, Dolo e Piove di Sacco come un fronte di battaglia aveva alzato il Brenta e il Bacchiglione, inondato Legnaro e Vigonza, lambito e infine conquistato la periferia est della citt. Ne aveva fatto per un po' una seconda Venezia, con il porticciolo e la marina in Prato della Valle, ma poi aveva completato l'opera e anche quell'insigne citt di scienza era stata abbandonata al suo destino. L'Universit si era messa in salvo trasferendosi a Belluno. Dal pelo dell'acqua ora spuntava soltanto una struttura moderna, tutta bianca, punto di accesso a un centro di ricerca. Dove un tempo si studiavano i pianeti e le stelle nel cielo, ora si esploravano i fondali: la Specola di Padova era diventata un osservatorio sottomarino.
Venne quindi il momento dell'ultima breve traversata in mare aperto, dritti a est verso un punto che solo le antiche mappe raffiguravano. La guida appositamente non disse nulla, ma i membri dell'equipaggio non si trattenevano dall occhieggiare, suggerendo di guardare a prua. Tutti si mossero e si sporsero per farlo. Sott'acqua non si vedeva nulla, troppo torbido. La luce non penetrava a sufficienza e chi sperava di individuare la sagoma del Ponte di Rialto o della Basilica di San Marco rimase a bocca asciutta. Per quello occorreva iscriversi ai programmi di immersione, ma erano costosissimi e serviva il patentino da professionisti.
Si cominci per a intravedere in lontananza una struttura affusolata che emergeva dalla superficie. Non era una nave n un relitto. Pi da vicino si capiva che era di forma quadrata, possente ed elegante. Nel punto di contatto con l'acqua mostrava una pietra bianca e appena sotto si vedevano come degli archi. Sopra c'era un grande dado, ornato sui quattro lati da due leoni veneziani e due figure femminili. In cima, una splendida cuspide piramidale, slanciata verso il cielo, come se stesse uscendo fuori dall'acqua portandosi dietro tutto quello che giaceva sotto. Al suo vertice, luccicante, la statua dorata di un arcangelo.
Vento e salsedine, si sa, corrodono tutto. Basta dare loro il tempo. Il corpo centrale di quel meraviglioso campanile, in mattoni, era stato restaurato pi volte, rinforzato alla base e raddrizzato da squadre di sommozzatori. Il mare, le correnti, le concrezioni lo assalivano continuamente, ma la manutenzione umana finora era riuscita cocciutamente a preservarlo. Perfettamente verticale, a bolla, come un albero maestro durante la bonaccia. Dopo quattrocento anni di immersione, il Campanile di San Marco era ancora li a segnare il centro di un mondo che non c'era pi, a indicare il cuore di una creatura ibrida, fatta di laguna, di calli e di eleganti palazzi signorili, che aveva smesso di battere. Milordo pens alla tenacia dei simboli umani, al loro voler restare com'erano, dov'erano. Non gli sembrava una sfida arrogante alla furia degli elementi. Piuttosto il contrario, una resa onorevole e dilazionata.
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(Ben)venuti a Little Italy.
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Di fronte a un'Italia cos a bagnomaria, la domanda che sorge spontanea  se davvero un giorno il nostro Paese potr ridursi in questo modo. La risposta, a livello teorico,  s: pu accadere perch  gi accaduto in passato, e nulla esclude che la storia possa ripetersi, anche se non  mai esattamente la stessa storia. Nel Pliocene infatti - ovvero tra 5 e 2,5 milioni di anni dal presente - la penisola italiana aveva una conformazione ancora pi ridotta rispetto a quella qui immaginata come conseguenza di un riscaldamento globale incontrollato. Al nord era del tutto assente la Pianura Padana, formatasi solo in seguito alla deposizione di detriti portati dal fiume Po e dai suoi affluenti nel corso di centinaia di migliaia di anni, oltre che dalla spinta tettonica della placca africana contro quella europea. Il resto della penisola era una dorsale montuosa esile e assai frastagliata: la Toscana un vasto arcipelago, l'Appennino meridionale una serie di isole, la Sicilia una striscia di terra dimezzata rispetto all'attuale, mentre Sardegna e Corsica per ragioni tettoniche erano unite in un'unica grande isola.
Si tratterebbe dunque di un dj vu? Non esattamente. Le novit rispetto al passato sono almeno due, e cambiano nettamente lo scenario: la prima  la rapidit dei processi in atto, che nell'ipotesi che gli studiosi definiscono business as usual potrebbero verificarsi in un tempo estremamente rapido, nell'ordine delle centinaia di anni, mentre il
passaggio dal Pliocene al Pleistocene  avvenuto in centinaia di migliaia. La seconda, e per noi ben pi importante,  che in quell'epoca il genere umano attuale non aveva ancora messo piede in Italia, dal momento che Homo sapiens inizia a fare la sua comparsa solo intorno a 40.000 anni fa circa, preceduto dai Neanderthal e da altre specie pi antiche del genere Homo. Quelle che ci attendono sarebbero dunque trasformazioni di portata e rapidit tali che nessuna generazione umana ha mai vissuto prima d'ora.
L'Italia che risulterebbe dalla fusione completa delle calotte polari sarebbe un Paese con una superficie ridotta del 18%: circa un quinto della superficie attuale andrebbe perduta, pari a 53.000 km2 di territorio sommerso e una superficie emersa residua di 249.000 km2 rispetto ai 302.000 attuali. Ma ci che pi conta  che verrebbe sommersa la parte del Paese pi abitata e popolosa, oltre che pi ricca e produttiva: considerando in termini puramente ipotetici i livelli di popolamento e la distribuzione demografica attuale, la popolazione da evacuare ammonterebbe a quasi 20 milioni di abitanti, un terzo del totale. Numerose citt si troverebbero sotto almeno 40 o 50 metri d'acqua: nel nordest Venezia, Trieste, Padova, Treviso e Pordenone; nell'area romagnola Ferrara, Rimini e Ravenna; in Liguria ovviamente tutti i capoluoghi di provincia sulla costa; in Toscana finirebbero sommerse non solo Pisa e Livorno, ma anche Lucca e Grosseto; nel Lazio non solo Latina, ma anche Roma, citt (ex) eterna; lungo la costa adriatica la stessa sorte toccherebbe ad Ancona, Pesaro e Pescara; in Puglia scomparirebbero Bari, Barletta, Brindisi e Taranto, in Campania Napoli e Salerno, in Calabria Crotone e Reggio; in Sicilia Messina, Catania, Palermo, Siracusa e Trapani; in Sardegna il capoluogo Cagliari.
Avremmo poi una serie di citt sulla battigia, ovvero a bagnomaria in pochi metri d'acqua: uno scenario di estese "palafitte urbane", con edifici abitabili forse dal terzo piano a Verona, Bologna, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Firenze... Altre citt, ora situate in alta pianura e lontane dal mare - come Gorizia, Pavia, Alessandria, Prato, Pistoia, Caserta o Foggia - si ritroverebbero a svolgere un inedito ruolo portuale a ridosso della linea di costa.
Ci che resta del territorio della penisola sarebbe connotato da una spiccata "rugosit": oggi montagna, collina e pianura rappresentano rispettivamente il 35, 42 e 23% del territorio; nel 2786 l'area di pianura residua sarebbe ben poca cosa (meno del 7% della superficie) e il territorio rimanente sarebbe per il 54% collinare e per il 39% montuoso oltre i 600 metri sul nuovo livello del mare, con il monte Bianco vetta pi alta d'Italia declassato a 4745 metri di quota.
Anche immaginando, per assurdo, che l'intera popolazione italiana attuale riuscisse a dislocarsi nel territorio rimasto all'asciutto, ci troveremmo ad avere una densit media di 250 abitanti per km2 rispetto ai 200 attuali, ma In condizioni morfologiche e climatiche assai pi difficili e precarie. Una situazione come questa sembra piuttosto preludere a un esodo di proporzioni bibliche verso il nord e l'Europa continentale: con molta probabilit la popolazione pi giovane (non sta accadendo anche ora, con la "fuga dei cervelli" verso Paesi pi ricchi e promettenti?) si sposterebbe verso zone pi temperate, allo stesso modo In cui oggi giovani africani sfidano il Mediterraneo per sfuggire a povert e crisi climatiche sempre pi ricorrenti in area subsahariana. Saremmo noi allora gli immigrati alla ricerca di accoglienza e salvezza.
All'atto pratico e sulla base di dati e previsioni attuali, tuttavia, uno scenario come quello attraversato dal viaggiatore Milordo  da ritenersi scientificamente irreale e Imprevedibile, perch basato su una ipotesi
di contesto invariato su diverse scale: assenza di mutamenti sostanziali nelle forzanti astronomiche del clima (variazioni nell'attivit solare o nel flusso di raggi cosmici, solari e galattici), nelle altre forzanti terrestri come per esempio movimenti tettonici, isostasia, attivit vulcanica (nulla esclude che nel corso dei prossimi decenni un'eruzione imponente di qualche vulcano possa avere influenza sul clima), cos come nella forzante antropogenica, che pu rivedere la propria azione da qui ai prossimi decenni invertendo il trend di emissioni di gas serra o correndo ai ripari con ciclopiche opere a difesa delle coste minacciate dalla risalita dei mari.
Possiamo dunque stare tranquilli? Niente affatto, perch anche se questo scenario pu definirsi a ragione "apocalittico" e lontano dal verificarsi, non sono in ogni caso da sottovalutare le conseguenze ben pi reali previste da qui a fine secolo. L'allarme lanciato dall'ENEA nel 2018 per ulteriori sette aree costiere a rischio inondazione a causa dei cambiamenti climatici, con previsione di arretramento di spiagge e aree agricole per decine di chilometri quadrati a Pescara, Martinsicuro (Teramo), Fossacesia (Chieti), Lesina (Foggia), Granelli (Siracusa), Valledoria (Sassari) e Marina di Campo sull'Isola d'Elba, segnano gi ora l'inizio di una lunga lotta contro l'ingressione marina. L'intera area costiera dell'alto Adriatico compresa tra Trieste, Venezia e Ravenna, il golfo di Taranto, le piane di Oristano e Cagliari sarebbero zone a rischio elevato da qui al 2100, assieme a tratti di costa della Versilia, dell'Agro pontino, alle piane del Sele e del Volturno in Campania, e alle aree costiere di Catania e delle isole Eolie in Sicilia.
Negli ultimi duecento anni il livello medio degli oceani  aumentato a ritmi pi rapidi rispetto agli ultimi tremila, con un'accelerazione allarmante pari a 3,4 mm l'anno solo negli ultimi due decenni. Senza un drastico cambio di rotta nelle emissioni, l'incremento atteso su scala globale di circa un metro del livello dei mari entro il 2100 modificher la morfologia del territorio italiano, con una previsione di allagamento di oltre 5.000 km2 di pianura costiera.
Quindi il Grand Tour di Mllordo nell'Italia dell'Antropocene parla di noi, oggi. Non si tratta di far fronte soltanto al progressivo innalzamento del livello dei mari e all'arretramento delle linee di costa, ma anche all'ingressione del cuneo salino in buona parte delle aree costiere pianeggianti e a sistematiche difficolt di deflusso per tutti i bacini idrografici retrostanti. Insomma, nemmeno chi star all'asciutto pu dirsi tranquillo, e questo ci fa capire che il cambiamento climatico riguarda davvero tutti, nessuno escluso.
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2. TRANSPADANA.
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Il mare Padano.
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L'indomani, a Udine, Milordo prese di buon'ora la corriera a idrogeno che lo avrebbe portato, insieme al gruppo, al suo secondo appuntamento con il Grand Tour. Era un giovane di alte aspirazioni e di brillanti studi, ma senza le idee molto chiare sul suo futuro. L dove viveva, in mezzo all'Europa, gli sconvolgimenti ecologici avevano alterato profondamente in peggio il clima e il paesaggio, ma la struttura fisica in s della sua terra non era cambiata radicalmente. Faceva sempre troppo freddo o troppo caldo, pioveva sempre troppo o troppo poco. I ghiacciai scomparsi, i laghi prosciugati, i fiumi deviati, stagioni e precipitazioni modificate, d'accordo, ma nulla al confronto dell'Italia, che era ormai un caso di studio affrontato in tutti i corsi universitari al mondo sull'Antropocene: una penisola a met strada fra l'equatore e il polo nord, protesa nel mare Mediterraneo, che subisce uno stravolgimento del clima; diventa un paese tropicale con aree desertiche; si restringe considerevolmente a causa dell'innalzamento dei mari; le fasce di vegetazione si spostano; esseri umani e animali si mettono in marcia, migrano. Insomma, in una manciata di secoli si trasforma in un Paese completamente e fisicamente diverso.
Sbagliato candeggio e si  ristretta l'Italia, comment la guida con il suo solito sarcasmo fuori luogo. Ricord agli astanti, e sobbalzanti, passeggeri che la penisola italiana era gi da prima un caso da manuale. Prendete una catena montuosa disposta in senso longitudinale e innestatele dentro un'altra catena montuosa in perpendicolare, che galleggia come una portaerei in mezzo a un mare chiuso in rapida trasformazione, gi un millennio fa invaso da specie tropicali. Dalla Sicilia al Friuli, in un Paese con questa disposizione e orografia, la gamma di climi, suoli, vegetazioni, faune e ambienti era straordinaria. Una ricchezza formidabile, che si misurava un tempo anche con il fatto che l'Italia aveva, non a caso, la pi alta biodiversit di tutta l'Europa. Era stata per milioni di anni un ponte di passaggio di popolazioni biologiche (patogeni, piante e animali, umani inclusi) da sud a nord e da est a ovest. Ben quattro specie umane diverse avevano abitato la penisola nell'ultimo milione e mezzo di anni, prima che la quarta, la pi invasiva e organizzata di tutte, Homo sedicente sapiens, fuoriuscendo per ultima dall'Africa ponesse fine alla pluralit degli esperimenti umani sulla Terra.
In quel milione e mezzo di anni era successo di tutto, in fatto di clima, di livelli ascendenti e discendenti dei mari, di ere glaciali e interglaciali, e di conseguenti successioni e alternanze di specie. Studiando i fossili, le stesse regioni italiane in certi periodi sembravano la Siberia calcata dai mammut lanosi e in altri periodi un arcipelago tropicale abitato da ippopotami e coccodrilli. Ma un conto  vedere questi cambiamenti in decine e centinaia di millenni, tutt'altro conto assistere al loro svolgersi in pochi secoli. Ecco, il Grand Tour in Italia era tornato di moda mille anni dopo anche per questo: per vedere come l'Antropocene potesse aver rivoltato un Paese come un calzino, mettendolo sottosopra per una distanza superiore ai mille chilometri da nord a sud, dalle Alpi alla Sicilia.
Mentre si discuteva di come il tempo profondo avesse cambiato faccia all'Italia, il pullman silenzioso filava via lungo le strade della costa padana settentrionale: prima la riviera friulana abbastanza piatta e monotona, poi la riviera veneta con le Dolomiti, ormai smussate dai crolli prodotti dalla fusione del permafrost, che le incombevano sopra, e infine la congestionata riviera lombarda che iniziava dopo l'estuario del Mincio. Appena superato il golfo di Thiene la costiera per mutava terribilmente, diventando un serpente infinito di tornanti mozzafiato. Un paio di turisti seduti dietro cominci a sentirsi male e ci si dovette fermare pi volte negli spiazzi a strapiombo sul mare per farli vomitare. Fino a Verona i monti Lessini si tuffavano nel mare come tante piccole dita, come lingue di lava nell'acqua. Si alternavano continuamente minuscole vallate adornate di palme da dattero e banani, che terminavano in calette incantevoli, poi si saliva lungo un crinale, si tagliava un promontorio e gi di nuovo scapicollati verso la valletta successiva. Il viaggio era un tormento, ma dopo le rovine del castello di capo Soave l'autista disse di stare attenti perch stava per aprirsi davanti un panorama straordinario.
Era una mossa ben studiata per far sopportare meglio gli ultimi curvoni. Poi, subito dietro la svolta del porticciolo di San Martino Buon Albergo, la meta preannunciata si pales, sotto forma di una grande e affascinante citt solcata da canali e sorretta su palafitte che la innalzavano di alcuni metri sopra il livello del mare, dal quale era protetta, pi al largo, da imponenti linee trincerate di moli, frangiflutti, terrapieni e isole artificiali. Era Verona, l'antica e nobile citt che si era salvata trasformandosi in una nuova Venezia, a ridosso della laguna atesina, la quale si estendeva subito dopo, a ovest, alimentata dalla foce dell'Adige, che era retrocessa di dieci chilometri alle spalle della citt. I veronesi erano riusciti caparbiamente a far evolvere, ancora una volta, la citt, salvando San Zeno, Castelvecchio, l'Arena e tutti gli altri tesori scaligeri. Li avevano sopraelevati.
Il serrato programma giornaliero non prevedeva purtroppo una discesa per la visita, ma solo uno sguardo panoramico da una delle terrazze sul crinale dei Lessini, e questo aliment proteste, anche di Milordo. Dall'alto si vedevano piccole imbarcazioni brulicare tra le vie d'acqua, la cui superficie increspata rifletteva la luce abbacinante del sole antropocenico. L'ansa dell'Adige era stata mantenuta tale e quale e riempita di acqua di laguna. Certe piazze storiche - come piazza Duomo, piazza delle Erbe, piazza dei Signori, e persino piazza Bra - erano state sopraelevate in tutte le loro componenti originali. Per il momento, il miracolo di resilienza tra la terra e il mare sembrava reggere, ma chiss per quanto sarebbe durata, si disse Milordo. Ci che venne dopo, fra l'altro, aument la nostalgia e l'ammirazione per la strenua bellezza di quella citt.
L'avanzare corrosivo del mare Padano aveva infatti trasformato il basso Garda in un'area di lagune, dall'apparenza piuttosto malsana, interrotte da colline moreniche ricoperte di erbe secche e arbusti. La laguna del Lugana non era uno scioglilingua: sembrava un vero paesaggio africano. Non si avvertiva soluzione di continuit tra la vasta distesa ferma del lago, a nord, e la terra imbevuta che lo collegava al mare. Sembrava di vedere la fotografia di un processo in corso, che avrebbe in un lasso di tempo calcolabile portato il lago di Garda a fondersi con il mare. Gi allora un lungo tratto d'acqua era perfettamente navigabile, dall'estuario del Mincio fino su a Riva del Garda, il cui snodo a sua volta era collegato da un'autostrada e da una ferrovia sotterranee con la megalopoli di Trento-Bolzano.
La guida mostr a Milordo e agli altri sui tablet oculari le immagini di queste enormi citt riparate (per cos dire) fra le montagne, dove erano confluite in massa le popolazioni sfollate dalla pianura allagata. Dalle montagne si era scappati per secoli, ora ci si tornava per respirare. Il clima in realt era appena sopportabile in autunno e inverno, ma dalla met della primavera in avanti quelle distese urbane di vetro e cemento erano comunque un inferno di calura, che si addensava nel fondovalle cittadino come in un catino mortifero e vi ristagnava per mesi. Per evitare che il flusso migratorio continuasse per spinta naturale di sopravvivenza verso nord, i confini con Svizzera e Austria erano stati blindati e militarizzati all'inverosimile, il che dava a queste metropoli alpine un ancor pi opprimente senso di clausura, di vicolo cieco, di prigione climatica. Non restava che vivere per met dell'anno in gabbie di aria condizionata, in una trama artificiale di centri commerciali sotterranei, uffici, abitazioni e palestre.
Le persone non potevano espatriare, ma le merci ovviamente s. La conurbazione di Trento-Bolzano era collegata, attraverso le vie d'acqua e un reticolo di autostrade a dodici corsie, con l'altrettanto inquietante conurbazione prealpina che da Brescia senza soluzione di continuit andava fino a Milano, passando per Bergamo. Una fila di trasporti aerei volava continuamente tra una conurbazione e l'altra. In Lombardia la brezza del mare, giunto a lambire il basso delle province e distante poche decine di chilometri, poteva lenire ben poco l'arsura, essendo quello un mare paludoso, fermo, tiepido, acquattato fra i resti antropici di quel che era stato. Venendo da Verona, si vedevano quindi paludi, lagune, prati secchi fino al mare, il tutto bypassato di tanto in tanto da poderosi ponti ferroviari e autostradali, come vene incassate in un muscolo rattrappito.
Milano non la si vedeva n cominciare n finire. Non era pi una citt, ma una costellazione di citt, ognuna con il suo centro e la sua periferia. Arrivando da est, quindi, si attraversavano zone residenziali, poi centri di uffici, poi nuove zone residenziali, poi periferie sterminate, aree industriali, e poi di nuovo abitazioni e altri centri di shopping e di passeggio per ricchi. La megalopoli era diventata da un paio di secoli uno dei pi importanti centri finanziari e industriali d'Europa, la porta del continente sul Mediterraneo, soprattutto dopo l'allagamento e l'abbandono di Genova da una parte e di Ravenna dall'altra. Durante il primo Antropocene le bolle di calore di queste citt avevano pi che raddoppiato l'effetto del riscaldamento climatico, con aumenti di temperature anche di otto-nove gradi medi in un secolo.
Poi tutti i vecchi materiali erano stati sostituiti con asfalto, cemento e vetri isolanti, che assorbivano il calore esterno. Le emissioni di aria calda degli impianti di condizionamento erano state trattenute e ritrasformate in energia. I piani urbanistici erano stati ripensati per favorire le correnti d'aria, si erano moltiplicate le aree verdi alimentate da acqua desalinizzata, tetti e pareti degli edifici erano stati tappezzati di piante. L'immensa Milano ora si spingeva fino a sud e non c'era distinzione con l'immenso porto commerciale e civile di Pavia. Poco pi a est, chi poteva permetterselo andava a fare il bagno, dopo una ventina di minuti di macchina o di metropolitana, nei Lidi di Lodi, una vastissima estensione di spiaggioni sui quali affacciavano hotel, ristoranti e giostre, ma tutto in prefabbricato, tutto nomade e precario, perch di tanto in tanto il mare saliva, si ingoiava l'arenile e bisognava spostare indietro il baraccone di un centinaio di metri.
L'estuario dell'Adda era stato irreggimentato, affinch non rovinasse la sequenza delle spiagge, mentre i seni del Lambro e dell'Oglio erano diventati un grande parco faunistico tropicale, alla periferia della mostruosa conurbazione milanese, dove le famiglie abbienti facevano lunghe file nei SUV elettrici per mostrare ai figli gli ultimi scampoli di natura reale e di faune selvatiche. La corriera di Milordo non si ferm n a Milano n al parco, che costeggi sul lato settentrionale, dirigendosi, su una gigantesca autostrada, verso il porto di Pavia. Quando gi si intravedevano le enormi gru sulle banchine e le montagne di container, l'autista prese sulla sinistra e si diresse verso un piccolo aeroporto turistico, che si stendeva da quella parte poco prima del grande ponte sul canale Padano, dove un tempo scorreva nel suo alveo il fiume Po.
Si era fatta una gran corsa, quel giorno, proprio per questo. Lo sapevano tutti. L'indomani mattina il gruppo avrebbe goduto di una delle principali avventure del Grand Tour, senz'altro la pi costosa e la pi richiesta: il volo panoramico in aereo elettrico sulle citt palafitticole della riviera emiliana e sull'Italia del nordovest, una rotta circolare a bassa quota in senso orario che mostrava, meglio di qualsiasi sopralluogo in superficie, come l'Italia fosse stata spezzata letteralmente in due, visto che restava praticamente solo la catena appenninica come ponte di terra fra le regioni centrali e l'arco alpino. La guida era pronta a dilungarsi anche su questo, ma Milordo e compagni si erano gi sparpagliati verso le rispettive stanze di motel.
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Ghiacciai estinti e sciate ricordo.
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"Con una zoomata da un satellite posto in posizione zenitale sull'Adamello si scorge un intreccio molto fitto di piste sciabili in Valcamonica e in Valtellina. Si notano chiaramente gli sciatori che le percorrono fino a valle, profittando di manti nevosi artificiali, nonostante il tepore di fine estate. Ormai tutto l'arco alpino  un grande Parco Turistico Europeo, che attira visitatori non solo da ogni parte della Terra, ma anche da molte delle sue basi minerarie (soprattutto americane e giapponesi) sparse tra i pianeti del sistema solare. Proprio i turisti giapponesi e cinesi sono ora i pi numerosi e anche i pi spericolati nella discesa libera dai ghiacciai...". Cos il geografo Giacomo Corna Pellegrini scriveva nel 1995 immaginando le Alpi nel Tremila: una grande Disneyland della neve artificiale per il divertimentificio urbano planetario. Si tratta di uno scenario ben lontano da quello prospettato dalle previsioni e in questo 2786, in cui dalle Alpi ai Poli le superfici glacializzate sono completamente fuse. La nostra  una ipotesi estrema, chiaramente, ma i segnali attuali non lasciano presagire nulla di buono.
I cambiamenti climatici colpiscono le montagne in maniera molto sensibile. In particolare, le Alpi stanno subendo un riscaldamento doppio rispetto a quello che si manifesta in altre aree, con un aumento di circa 2C registrato nel corso del Novecento rispetto alla media che si attesta attorno a 1C nell'emisfero nord: una tendenza che ha subito
un'accelerazione notevole soprattutto negli ultimi tre decenni, e un'accentuazione alle quote pi elevate.
Il termometro pi fedele e preciso di quanto sta accadendo in quota  dato proprio dagli apparati glaciali, che risultano complessivamente in forte arretramento da almeno trent'anni, periodo in cui la temperatura  tornata a crescere a ritmi molto sostenuti, pi ancora di quanto fosse accaduto nel periodo "caldo" precedente, tra il 1920 e il 1950.
Nel Nuovo catasto dei ghiacciai italiani (2015), Claudio Smiraglia e Guglielmina Diolaiuti presentano un quadro organico e per nulla rassicurante della situazione del glacialismo nelle nostre montagne: vengono descritti complessivamente 903 ghiacciai alpini (inclusi due piccoli corpi glaciali appenninici, ci che rimane del ghiacciaio del Calderone sul Gran Sasso) che occupano un'area di 368 km2, in media 0,4 km2 per apparato glaciale, un dato che gi di per s denota la ridotta superficie media e dunque la fragilit delle aree glacializzate rimaste. I ghiacciai con area maggiore di un chilometro sono solo il 9,4% del totale, ma coprono una superficie del 68%. Solo tre ghiacciai misurano oltre 10 km2 di superficie: il ghiacciaio dell'Adamello tra Lombardia e Trentino, il ghiacciaio dei Forni in Lombardia, il ghiacciaio del Miage sul massiccio del Bianco in Valle d'Aosta. Questi tre apparati, i pi estesi delle Alpi italiane, rappresentano da soli il 10,3% dell'intera area glacializzata nazionale: saranno con molta probabilit gli ultimi a scomparire.
Sul versante italiano delle Alpi si localizza poco pi di un quinto dell'intero glacialismo alpino (che conta complessivamente 3.770 apparati), con una distribuzione che interessa tutti i settori della catena, dalle Alpi Marittime alle Alpi Giulie, ma con dimensioni e tipologie assai diversificate: si passa infatti dal grande altopiano dell'Adamello, il pi vasto apparato glaciale italiano, o dai vasti ghiacciai vallivi come
quello dei Forni o del Lys, ai piccoli ghiacciai montani di pendio e ai pi minuscoli glacionevati. La regione pi glacializzata risulta la Valle d'Aosta (36% della superficie totale), seguita da Lombardia (24%) e Alto Adige (23%). Meno estese le coperture delle altre regioni interessate da apparati glaciali, con minimi in Friuli Venezia Giulia e Abruzzo. Il numero pi elevato di corpi glaciali si registra tuttavia in Lombardia (230), seguita da Alto Adige (212), Valle d'Aosta (192), Trentino (115) e Piemonte (107).
Il confronto tra i dati attuali e la rilevazione precedente effettuata dal CNR e dal Comitato Glaciologico Italiano nel triennio 1959-1962 registra una contrazione della copertura glaciale del 30% (da 526 a 368 km2), mentre la banca dati del World Glacier Inventory segnala una perdita di 478 ghiacciai e una riduzione areale del 27%, una tendenza In linea con l'intera catena alpina. In questo contesto, il fatto che i ghiacciai nell'ultimo censimento siano addirittura aumentati di 68 unit (dagli 835 apparati glaciali del primo catasto ai 903 attuali) non  affatto un bel segnale: registra infatti la frammentazione tipica di ogni fase di deglaciazione, con ghiacciai estesi e complessi che evolvono in sottobacini distinti.
Le riduzioni risultano molto diversificate e dipendono principalmente dalla quota media degli apparati glaciali: si passa infatti dalla contrazione fino a met della superficie esistente per Friuli-Venezia Giulia, Piemonte, Trentino e Veneto, alla perdita di un quinto di superficie per il glacialismo lombardo e valdostano. La maggiore riduzione areale ha riguardato i ghiacciai di piccole dimensioni (area inferiore a un chilometro), che In termini numerici rappresentano l'80% dei ghiacciai alpini e forniscono un contributo importante alle risorse idriche e idroelettriche locali. Le recenti misure sulla Marmolada, il principale ghiacciaio delle Dolomiti, sono ancora pi allarmanti, e pronosticano una scomparsa del
ghiacciaio entro il 2035: sarebbe la fine di un ghiacciaio-simbolo, e la prima di una lunga serie di estinzioni eccellenti.
Il trend di riduzione calcolato per l'intero arco alpino tra Otto e Novecento (27% di superficie)  gi ampiamente superato dall'accelerazione notevole degli ultimi trent'anni, con una riduzione in media del 30% per l'Intera catena alpina dalla met degli anni Ottanta al 2003, pari a una perdita media annua del 2%. Se questa tendenza continuasse nel futuro, le Alpi si troverebbero prive di apparati glaciali assai prima del 2786, e a poco servirebbero le poche migliaia di metri quadri di teli protettivi che in alcuni ghiacciai svizzeri e italiani tentano di salvare la copertura nevosa dell'annata, utile soltanto a garantire il divertimentificio sciistico.
La riduzione e la progressiva scomparsa delle masse glaciali (che in Italia ammontano a 116 miliardi di metri cubi d'acqua) comporter notevoli ripercussioni non solo sulle temperature a livello locale e sulla disponibilit complessiva di acqua dolce, ma anche sulla mitigazione degli apporti idrici stagionali, con aumento delle portate fluviali invernali e minori portate estive (si stima che a fine 21esimo secolo la popolazione interessata da alluvioni a seguito della estremizzazione dei regimi fluviali potrebbe triplicare rispetto a inizio secolo). Le ricadute In termini di perdita di attrattivit turistica per la scomparsa dei ghiacciai a questo punto al confronto appaiono quasi risibili.
Assieme alla riduzione dei ghiacciai,  destinato a ridursi fino a scomparire anche il permafrost, lo strato di suolo perennemente ghiacciato ad alte quote o ad alte latitudini, per un valore compreso tra il 20 e il 35% dell'estensione totale entro il 2050. In ambito alpino, la riduzione del permafrost accentuer l'instabilit complessiva delle zone di alta quota, con crolli di pareti rocciose e smottamenti diffusi dei versanti. In altre regioni come Siberia, Scandinavia, Canada o Alaska, la fusione del permafrost potrebbe liberare gli idrati di metano intrappolati al suo interno, generando ulteriori emissioni di gas serra, quello che gli esperti chiamano "feedback positivo", ovvero un effetto che si aggiunge alla causa e accelera l'evoluzione del sistema: se il permafrost libera una parte del suo metano, sulla Terra potrebbe fare ancora pi caldo di quanto previsto.
Le Alpi, definite da Jules Michelet "colonna d'acqua" del continente europeo, negli scenari futuri saranno dunque caratterizzate da una generale riduzione della disponibilit idrica, con ripercussioni che si riverbereranno sull'intero bilancio idrico continentale.  stato infatti calcolato a livello globale che ogni grado di temperatura in aumento genera una riduzione di acqua dolce del 20%, destinata a interessare il 7% della popolazione globale.
Tornando allo scenario immaginato da Giacomo Corna Pellegrini, gi oggi, a pi di nove secoli di distanza dal Tremila, le previsioni climatiche segnalano la diminuzione degli eventi di abbondanza nevosa e una riduzione del numero di giornate in cui la temperatura resta al di sotto di 0C: stabilit e durata del manto nevoso saranno sempre pi compromesse almeno fino a 2.000 metri di quota, e a quote superiori si assister comunque a riduzioni del volume annuale di neve disponibile; sugli Appennini, le quote inferiori, le temperature pi alte e le minori precipitazioni prefigurano una situazione ancora pi compromessa. Un innalzamento di temperatura di solo 1C provocherebbe inoltre, in assenza di innevamento artificiale, la "non affidabilit" di circa la met delle 250 stazioni sciistiche dell'arco alpino prese in considerazione dagli studi. Gi oggi l'innevamento artificiale e l'intera industria dello sci appaiono sempre pi insostenibili: gli impianti di innevamento, oltre che richiedere notevoli investimenti finanziari per la costruzione della rete Idrica e dei bacini di raccolta, sono a loro volta responsabili di un grande consumo di energia e di acqua, sottratta agli ecosistemi e ad altri usi.
Non si tratta quindi soltanto di immaginare delle Alpi grigie e senza neve per i secoli a venire, gi di per s un dramma oggi per molte economie locali appese esclusivamente ai destini della stagione sciistica invernale, ma di prevedere un intero arco alpino e un continente europeo sempre pi poveri d'acqua.
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3. AEMILIA.
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Il ritorno delle palafitte.
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Il velivolo si alz dall'aeroporto pavese in perfetto silenzio e senza alcuno scarico di cherosene, come succedeva invece nella preistoria aeronautica. L'interno era spartano, ma funzionale. Milordo non fece nemmeno in tempo ad ambientarsi che gi la guida sveglissima era pronta a indicare loro una primizia mattutina. In controluce, sul lato sinistro, videro alcune strutture sul mare. Sulle prime sembravano gigantesche piattaforme petrolifere. L'aereo scese leggermente e fece un giro sopra il conglomerato di edifci. Era Piacenza, o quel che ne restava, salvata pezzo per pezzo dai flutti, almeno i suoi monumenti storici, e trasformata in un'isola artificiale. Con un immane sforzo di spostamento terra, durato centovent'anni, il centro era stato sollevato di trenta metri. Per qualche tempo la citt era rimasta collegata alla riviera emiliana da una strada e da una ferrovia che correvano su un terrapieno. Poi si era deciso di mantenere solo collegamenti marittimi e di trasformare l'abitato in un'attrazione turistica.
Opere di questa portata avevano richiesto il pensiero delle cattedrali, cio quella rara attitudine umana a intraprendere progetti lungimiranti che richiedono pi di una generazione per essere completati. Gli architetti iniziali sanno che solo i loro nipoti li vedranno finiti, ma sono contenti lo stesso perch hanno avviato qualcosa di importante che rimarr, come le cattedrali medioevali europee che sono ancora in piedi dopo mille e cinquecento anni. E da una generazione all'altra, da un governo all'altro, non si pu cambiare idea, ci vuole continuit di obiettivi e di intenti. Solo in questo modo, con il pensiero delle cattedrali, era stato possibile cominciare ad affrontare seriamente il cambiamento climatico, fra il 2100 e il 2200.
Lasciata Piacenza, l'aereo in pochi minuti vir verso nordest, per mostrare una triste curiosit: per ben cinquanta metri sopra il livello del mare si ergeva, solitaria, la sagoma superiore del Torrazzo di Cremona, con le sue eleganti quadrifore e la guglia di marmo. Il meraviglioso orologio astronomico - aggiunse la guida -  purtroppo sommerso, ma per alcuni secoli aveva fatto in tempo a segnare le tappe del primo Antropocene, con le sue eclissi, le fasi lunari, i solstizi e gli equinozi. Tutti ripensarono al Campanile di San Marco e a quante altre citt cariche di passato e di gloria - Mantova, Rovigo, Ferrara, Ravenna - giacevano ora in fondo al mare Padano, anzi per la precisione il mare Adriatico di Ponente, elevando soltanto le punte delle loro torri pi alte fuori dall'acqua, come disperati boccagli di palombari.
Intanto l'aereo aveva puntato a sud, allineandosi di nuovo alla lunga riviera emiliana. All'altezza di dove un tempo si ergeva Fidenza, pieg verso oriente e a quel punto per gli ignari passeggeri fu una sequenza emozionante di visioni. Una dopo l'altra, sorvolarono quattro splendide citt palafitticole, collegate alla terraferma da magnifici ponti sospesi, ognuna brulicante di vita, con i suoi monumenti sopraelevati. La soluzione di Verona aveva funzionato anche alle pendici settentrionali dell'Appennino tosco-emiliano. La prima ad apparire fu Parma, poi Reggio Emilia, quindi Modena, un po' pi distante dalla costa, come lembo urbano in mezzo al mare basso, e infine la pi grande, un intrico di portici e canali, Bologna. Sull'antico capoluogo di una regione che non c'era pi, il velivolo turistico si sofferm per alcuni giri panoramici, di modo che tutti potessero scorgere la versione in bagnasciuga di piazza Maggiore e le due torri rimesse al loro posto sopra un terrapieno artificiale.
Il pilota disse al microfono che pi avanti c'erano altre citt palafitticole ingegnose - Forl, Cesena, Rimini - ma di tenersi forte perch avrebbe fatto una virata di centottanta gradi verso sud, proprio sopra la splendida riviera dei Gessi, una riserva naturale protetta dall'UNESCO, dove l'azzurro del mare tropicale si sposava con i colori grigi e mattone dei gessi bolognesi, una combinazione unica. Durante il frugale pranzo a bordo, l'aereo sorvol tutto l'Appennino verso nordovest, vallate dopo vallate punteggiate di citt fino ai passi, e poi piccoli abitati e frazioni ovunque, che lasciavano libere solo le zone pi impervie. I privilegiati delle citt emiliane e romagnole si erano progressivamente trasferiti l, prima ristrutturando tutto il ristrutturabile e poi costruendo ex novo praticamente in ogni anfratto e calanco abitabile, lavorando in smart working da casa e mandando i figli alla scuola digitale. Nel tempo anche uffici e scuole si erano giocoforza trasferiti dalle citt ai fondivalle e poi sempre pi su.
Nel primo pomeriggio avvistarono sulla destra di nuovo il grande ponte d'acciaio sul canale Padano, che toccava piede sulla riviera lombarda d'Oltremare, un pezzettino di ex Lombardia ai piedi dell'Appennino. A quel punto si spalanc davanti ai loro occhi uno scenario impensato: nel golfo di Alessandria si aprivano due estuari profondi, la foce del Po e la foce del Ticino, l'una vicino all'altra, e in mezzo una lingua di terra piatta chiamata capo Manara. Alle spalle di questo anfratto marino incuneato fino ai confini del Piemonte, si estendevano a perdita d'occhio risaie lucenti, fino a Vercelli e oltre. L'ultimo lembo residuo di Pianura Padana era stato sfruttato infatti per produrre alcune rare variet di riso tropicale ultravitaminico, geneticamente modificato allo scopo di aumentarne le propriet nutrizionali. La biodiversit originaria di quelle terre era scomparsa da tempo, come del resto in ogni altra parte del Paese.
La rotta a quel punto coincideva quasi esattamente con il breve corso del fiume Po: le risaie scorrevano sulla destra e il Monferrato a sinistra, con i suoi vigneti e frutteti geneticamente migliorati che esportavano prodotti in tutto il mondo. Qui e per tutte le Langhe e il Roero, le specie da frutto tropicali si alternavano, nei fondivalle, ad alcune variet di uva, sui pendii, che erano state adattate per via biotecnologica al clima pi caldo ed estremo, e davano vini corposi, densi, pesanti, che piacevano un sacco ai nordici di bocca buona, tra i quali annoveriamo il facoltoso babbo di Milordo. Il gruppo sorvol Torino, ormai quasi del tutto disabitata a causa delle condizioni ambientali divenute insopportabili. Restavano tristemente le vestigia della citt sabauda vicino al fiume, le trame ordinate di vie e piazze monumentali. Buona parte dei torinesi si era trasferita ad Aosta o in Savoia, ma non in villeggiatura. Il pendolo della storia: un tempo la capitale era scesa dalla Savoia, Chambry, a Torino, determinando il predominio delle terre basse sulle terre alte; poi era accaduto il processo inverso.
Venne quindi il momento del secondo appuntamento importante del volo, quello pomeridiano: la visione dall'alto delle conche glaciali da dove, molto tempo prima, le lingue di ghiaccio scivolavano a valle. Gi ottocento anni addietro la linea di equilibrio, cio il delicato bilanciamento ambientale dei ghiacciai tra la quantit di neve
e ghiaccio che si accumula in inverno e quella che si squaglia in estate, si era spezzata ed era cominciato il progressivo ritiro. Nel 2050, dopo decenni di regressione e assottigliamento, erano gi spariti tutti i ghiacciai alpini sotto la quota di 3.500 metri. Nel 2120, nonostante i timidi e del tutto insufficienti tentativi di mitigare il riscaldamento climatico globale da parte della comunit internazionale, erano andati perduti definitivamente tutti i ghiacciai alpini, anche quelli ai 4.000 metri di altitudine. Per qualche decennio si era addirittura cercato di porre rimedio organizzando una vasta campagna di irrorazione di neve artificiale con i cannoni e coprendo i ghiacciai con dei teli durante l'estate, invano. Da quel momento l'ambiente alpino era stato stravolto: l'acqua potabile scarseggiava, non c'era irrigazione per i raccolti, le centrali idroelettriche si erano fermate.
Ci che Milordo stava osservando sotto di s era il risultato di quella sconfitta, verificatasi diversi secoli prima. Il cambiamento climatico era stato troppo veloce rispetto ai ritmi geologici e l'ecosistema alpino non aveva retto. Quattromila ghiacciai alpini si erano fusi in poco pi di un secolo, al ritmo di trentacinque miliardi di tonnellate di ghiaccio perse ogni anno. Allo stesso destino erano andati incontro, poco dopo, anche i ghiacciai andini, delle Montagne Rocciose e himalayani. I pi sconsiderati, o in mala fede, avevano detto che non era poi cos preoccupante, visto che la fusione procurava molta pi acqua potabile per tutti. Poi all'improvviso i rubinetti glaciali si erano chiusi. Molti scienziati, come altrettante Cassandre inascoltate, lo avevano detto che i ghiacciai erano come i canarini del minatore che avvertono per primi la mancanza di ossigeno nelle gallerie. Era stato tutto inutile e in quel momento Milordo guardava le vette calve del Gran Paradiso, del monte Bianco, del Cervino e del monte Rosa, le sommit pietrose spoglie, gli enormi ghiaioni, i massi erranti, i bacini vuoti dove un tempo c'erano i laghi glaciali, i torrenti in secca, e poco sotto le praterie gialle, i versanti sferzati dal vento, le frane e gli smottamenti.
In compenso, i fondivalle apparivano congestionati, soprattutto la metropoli di Aosta, la cui periferia iniziava poco sopra Ivrea, sotto le rovine del forte di Bard. Era una catena ininterrotta di abitati fino a Courmayeur, che si arrampicavano fin sotto le pareti delle montagne e si ramificavano lungo le vallette laterali. Le temperature comunque pi fresche delle Alpi avevano nel tempo attirato in questi luoghi masse di sfollati dalle citt piemontesi. Quando ormai sulla corona delle Alpi verso la Francia rosseggiava il tramonto, l'aereo sopra Novara, divenuta insieme a Vercelli regina delle risaie, inizi la discesa sull'aeroporto pavese, a Milano sud. La pista correva quasi parallela al lunghissimo fiordo, sulla sinistra, scavato dal fiume Olona, sul quale un sole fulvo e gonfio rispecchiava gli ultimi raggi del giorno.
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Che tempo far: il meteo degli estremi.
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Quale situazione climatica si troverebbe realisticamente ad affrontare il nostro fantomatico viaggiatore Milordo in questa ipotetica Italia del 2786? Non esistono ovviamente previsioni scientifiche sul clima a cos lungo raggio, e anche se ci fossero sarebbero poco attendibili. Ci che possiamo ipotizzare  una esasperazione dei dati scientifici gi previsti per la fine di questo secolo dal Centro Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC).
Il fenomeno del riscaldamento globale  ormai inequivocabile, con cambiamenti In atto che non hanno precedenti su scala multidecennale, centenaria o addirittura millenaria. Da circa due secoli alle "forzanti" naturali del clima si  aggiunta una "forzante antropogenica" generatrice di gas serra (non solo anidride carbonica, ma anche metano, ossidi di azoto, alocarburi, aerosol). I sistemi naturali sono in grado di assorbire solo in parte i gas serra di origine antropica derivanti dalla rimessa in circolazione di riserve e giacimenti di milioni di anni: questa la ragione principale per cui la concentrazione di Co2 in atmosfera  passata da 280 a 418 parti per milione nel 2020, raggiungendo il livello pi alto da almeno 800.000 anni a questa parte.
Un primo effetto incontrovertibile di questo processo  l'aumento delle temperature, a cui stiamo assistendo gi oggi in maniera evidente: l'analisi dei dati climatici misurati dalle principali reti di osservazione nazionali
e regionali ha permesso di registrare un incremento di oltre 1,1 C della temperatura media annua in Italia nel trentennio 1981-2010 rispetto al trentennio 1971-2000. Gli ultimi anni in particolare sono stati caratterizzati da incrementi di temperatura sempre pi elevati: otto dei dieci anni pi caldi della serie storica sono stati registrati dal 2011 in poi, con anomalie comprese tra +1,26C e +1,71C. Il 2019  stato, per esempio, il terzo anno pi caldo dall'inizio delle osservazioni (+1,56C rispetto al trentennio 1961-1990), dopo i record gi registrati nel 2018 e nel 2015, e anche il 2020, nonostante la pandemia,  stato il quinto anno pi caldo in Italia negli ultimi due secoli, e il pi caldo nel mondo dal 1850 assieme al 2016. L'area mediterranea sta registrando in media un aumento di temperature ben pi alto rispetto alla media planetaria, aumentata di 1C dal 1880 a oggi secondo l'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).
Le previsioni di aumento di temperatura al 2100 prevedono pi scenari, sulla base della diversa capacit umana di ridurre la propria impronta carbonica: se l'aumento di C02 in atmosfera fosse contenuto in un intervallo di concentrazione compreso tra 400 e 450 parti per milione, la temperatura aumenterebbe fino a 2C rispetto all'era preindustriale. Se l'umanit non interviene con misure attive, questa sar la situazione in atmosfera gi al 2025. Contenendo l'aumento della concentrazione di C02 entro 650 ppm (pi del doppio rispetto all'epoca preindustriale) la temperatura sarebbe pi alta di almeno 2,5/3C (in regime di business as usual questa situazione si verificher in atmosfera entro il 2050). Se la concentrazione di C02 in atmosfera giungesse a quota 1.000 ppm, la temperatura media planetaria sarebbe pi alta di circa 4C rispetto all'era preindustriale, ma con picchi fino a 6,4C: senza interventi regolativi questa sar la situazione in atmosfera al 2100. Ma anche quota 1.000 ppm non  un limite invalicabile: se l'umanit non pone alcun freno alle
emissioni di gas serra, dopo il 2100 la temperatura media verosimilmente aumenterebbe di oltre 6C, e allora  possibile che si attivino meccanismi destinati a cambiare in profondit e in maniera imprevedibile le dinamiche del clima. LIPCC ritiene probabile un aumento di temperatura a fine secolo compreso tra 2,5 e 4,7C: si giudica ancora sostenibile lo scenario in cui il riscaldamento sia contenuto entro 12C, mentre sono da considerarsi di grande impatto gli scenari con aumenti di temperatura superiori.
Tale incremento di temperatura non sar omogeneo in tutto il pianeta: sar maggiore alle alte latitudini, nell'emisfero nord e sui continenti, meno intenso alle basse latitudini, nell'emisfero sud e sugli oceani. A crescere inoltre saranno di pi le temperature minime e meno le massime. La regione mediterranea in particolare  considerata uno degli "hot spot" del cambiamento climatico, con un riscaldamento che potrebbe superare del 20% l'incremento medio globale. Le variazioni maggiori sono attese nella zona alpina e durante la stagione estiva, con un consistente aumento di ondate di calore e giorni con temperatura minima superiore a 20C in estate, in quelle che vengono definite dagli studiosi tropical nights: le "notti tropicali" non hanno niente a che vedere con vacanze paradisiache, sono piuttosto un indicatore molto importante per valutare l'impatto sul benessere fisico delle persone, e diversi studi ormai correlano la frequenza delle notti tropicali con un aumento della mortalit. A esse si associa un aumento d'intensit e durata della siccit (consecutive dry days o "numero di giorni secchi consecutivi"), anche questo indicatore fondamentale per valutare l'impatto sull'agricoltura e la probabilit di incendi.
Laumento asimmetrico della temperatura in atmosfera modificher anche la circolazione, con una serie di effetti a catena: il "fronte subtropicale" tender a spostarsi in entrambi gli emisferi verso latitudini pi alte, e la "corrente a getto" nella parte superiore della troposfera boreale e australe aumenter la gi notevole velocit di flusso, andando incontro a fluttuazioni pi ampie. A causa di questi cambiamenti, alle nostre latitudini il tempo meteorologico sar soggetto a eventi estremi (maggiori "ondate di calore" in estate e pi "ondate di freddo" in inverno), mentre da occidente spireranno venti pi forti.
Anche negli scenari con cambiamento pi contenuto, l'Italia evidenzia una tendenza generalizzata all'aumento di frequenza e intensit di fenomeni di precipitazione su tutto il territorio nazionale, con un incremento del rischio meteorologico estremo di circa il 9%. Gli indici di precipitazione evidenziano gi ora una crescita statisticamente significativa dell'intensit degli eventi di precipitazione giornaliera, sia al Nord che al Sud, soprattutto nella stagione estiva e autunnale, e un aumento in tutti gli scenari della durata dei periodi senza pioggia.
L'incremento d'intensit dei fenomeni render pi instabile il territorio: crescer il rischio idraulico per bacini di modesta estensione (che esondano prima di bacini pi grandi) e il rischio di frane superficiali soprattutto in zone il cui suolo  caratterizzato da maggiore permeabilit. L'esasperazione di queste tendenze determiner un clima sempre pi polarizzato, caratterizzato da piogge meno frequenti e pi intense, lunghi periodi di siccit alternati a frequenti nubifragi, cicloni e tempeste tropicali (i cosiddetti medicanes, "cicloni tropicali mediterranei"): una situazione che imporr interventi sempre pi poderosi di difesa, raccolta, drenaggio, contenimento delle acque superficiali, ma anche di isolamento termico e aria condizionata, con un grosso impatto sul settore energetico.
Nella regione mediterranea  prevista una riduzione delle precipitazioni dal 10 al 30%, in contrasto con l'aumento generale del ciclo idrologico nelle zone temperate comprese tra 30 e 46N di latitudine. Tale diminuzione sar particolarmente evidente nel periodo primaverile-estivo, mentre aumenteranno le precipitazioni nel periodo invernale al Nord.
Lampia dinamica dei sistemi di circolazione atmosferica e la complessit orografica del territorio italiano determinano gi ora una forte variabilit delle precipitazioni, destinata ad accentuarsi in futuro, incrementando Il divario tra valori di precipitazione pi elevati (oltre 2000 millimetri annui sulle zone alpine e prealpine) e quelli pi bassi (compresi tra 400 e 600 millimetri annui in Sicilia meridionale, Puglia, Sardegna meridionale).
L'aumento delle temperature e la riduzione di precipitazioni in area mediterranea esacerberanno ulteriormente il rischio di incendi, con conseguente impatto su persone, beni ed ecosistemi nelle aree pi vulnerabili. Per il nostro Paese gli studi ipotizzano un aumento della pericolosit d'incendio fino al 25% per la fine del secolo, con un allungamento della stagione degli incendi da 20 a 40 giorni in pi, a seconda degli scenari: i prolungati periodi di siccit e le precoci ondate di calore influenzeranno lo stato idrico della vegetazione rendendola pi suscettibile all'innesco e capace di sostenere incendi di grande portata. Il Sud Italia e le isole spiccano per l'aumento d'intensit e di esposizione al rischio di grossi Incendi per la fine del secolo, come esito della combinazione fra tipologie arbustive (molto infiammabili nel periodo estivo) e venti forti, in grado di alimentare la propagazione del fuoco e influenzare la lunghezza di fiamma. Si tratta di un classico esempio di "retroazione positiva" dagli effetti preoccupanti: l'aumento degli incendi comporter infatti un ulteriore incremento delle emissioni, influenzando negativamente non solo la qualit dell'aria e la salute umana su scala locale, ma il budget atmosferico di C02 su scala regionale e globale.
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4. ETRURIA.
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Verso Firenze, discutendo di Antropocene.
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"Ci vuole una certa presunzione per battezzare un'intera fase geologica con il proprio nome, ma ci sta". La guida esord cos, qualcuno sbuff sul vagone, ma quella fu la prima volta che quasi tutti si interessarono al suo discorso. Non c'era del resto molto altro da fare per circa un'oretta. Il gruppo aveva preso il treno superveloce a levitazione magnetica, di buon mattino, da Milano, destinazione Firenze, senza passare per Bologna come accadeva anticamente, ma percorrendo uno dei molteplici trafori transappenninici che erano stati aperti per collegare il nordovest, Milano e la riviera emiliana con l'Italia centrale e poi con Roma. Il treno quindi pass in un soffio sotto il canale Padano, costeggi il mare fin sopra Parma e poi si infil silenziosissimo nel tunnel che bucava l'Appennino tra la Val Parma e la Lunigiana.
Milordo studiava la cartina fornita dalla societ ferroviaria, dove si vedevano ben disegnati i tracciati delle gallerie. Rimase colpito dalla Liguria, che negli ultimi secoli aveva perso praticamente tutta la fascia costiera sulla quale una volta si incentrava pressoch interamente la sua economia, fosse essa turistica, industriale o agricola. La regione era ridotta a un vasto golfo punteggiato di scogliere, fiordi e insenature, con le poche cittadine retrocesse all'interno nelle vallate o aggrappate sui colli. Si chiamava ora Le Cento Terre ed era un'attrazione
turistica d'lite nei mesi invernali. Dal capo della Guardia, al confine con la Francia, si estendevano le Insenature dei Fiori, con le serre di variet tropicali arrampicate sopra le scogliere. Tra capo Torre Saracena e capo Monterosso c'era il golfo di Gallinara, poi la profonda baia di Albenga, quindi il golfo di Pietra Ligure, la baia di Spotorno separata dalla baia di Vado dal capo di Santo Stefano. Quella costa da pirati proseguiva fino alle insenature del Polcevera e del Bisagno, dove si distendeva la magnifica citt portuale di Genova, ora frammentatasi in tanti piccoli abitati sulla cresta del costone o nell'entroterra da Bolzaneto a Busalla. Dal centro del golfo verso Levante, tra mille altre calette e insenature, attraversando il lungo estuario dell'Entella, si arrivava fino al golfo spezzino, separato dal canale del Magra dalla bella isola, un tempo boscosa, di Lerici.
Milordo faceva questo viaggio con la mente, mentre ne stava facendo un altro fisicamente, poco pi a nord. La mappa riportava scrupolosamente tutte le linee ferroviarie superveloci che nelle Cento Terre transitavano in parte sulla costa, ma per lo pi subacquee, e in parte trasversalmente unendo le piccole e accaldate citt liguri con il Piemonte e con Milano. I treni si fermavano in stazioni sotterranee e poi gli ascensori e le scale mobili portavano i viaggiatori in superficie, dove subito vedevano il mare, i terrazzamenti scoscesi, le colture intensive, la vegetazione lussureggiante sui pochi bordi rimasti liberi, i muretti a secco, le case costruite sottovento per evitare di essere spazzate via durante gli uragani. Mentre era assorto in una di quelle fotografie da dpliant, l'attenzione di Milordo fu improvvisamente distolta dai battibecchi concitati in corso fra la guida del Grand Tour e alcuni turisti del gruppo.
Ma certo, si parlava di Antropocene, ricord Milordo. Da quanto si capiva, la guida era infastidita da coloro che sottostimavano l'importanza dell'epoca geologica in cui ci si trovava da poco pi di un millennio. Qualcuno doveva aver detto qualcosa del tipo che  assurdo che una specie si arroghi il diritto di dare il proprio nome al tempo. Quando saremo estinti, verr qualcun altro e lo cambier: bisognerebbe essere pi oggettivi. A Milordo l'obiezione pareva sensata. Ma la guida non ci stava. "La specie umana  diventata un rullo geologico globale, altro che storie" incalz, "un rullo compressore in grado di alterare sottosuolo, superficie e atmosfera terrestri. Gli scienziati del futuro studieranno i nostri sedimenti e noteranno una discontinuit: gas serra in concentrazioni abnormi, fiumi deviati, montagne scavate, enormi quantit di ossa di polli, bovini e suini, deforestazione selvaggia, scorie radioattive, metalli pesanti, plastiche in ogni dove. Ecco, qui  passata una bestia particolare, Homo sedicente sapiens, diranno. Siamo diventati una superpotenza biologica e geologica. E i primi ad accorgersene furono alcuni nostri antenati di sette secoli fa", prosegu la guida. "Nel 2002, Paul Crutzen, un chimico, premio Nobel per i suoi studi sul buco nello strato di ozono della stratosfera causato da composti chimici di fattura umana chiamati clorofluorocarburi (buco che fu poi tappato definitivamente soltanto nel 2150), propose quasi per scherzo insieme all'ecologista Eugene Stoermer di dare un nome alla 'geologia dell'umanit', cio alla drammatica fase in cui il sedicente sapiens divenne un fattore geofisico su larga scala. Il nome proposto fu semplice ed efficace: Antropocene, cio l'epoca recente dominata dall'umanit. Avanzata quasi per caso dopo un convegno sui cambiamenti globali tenutosi a Cuernavaca, in Messico, a quel tempo abitabile, la provocazione ebbe un immediato successo mediatico e la parola cominci a circolare in modo virale sui giornali, nei musei e anche nella comunit scientifica. Sei anni dopo la proposta di Crutzen, la International Commission on Stratigraphy prese sul serio la questione e istitu un gruppo di lavoro apposito - composto da geologi, archeologi, geografi, scienziati del sistema Terra e storici - per valutare se fosse davvero il caso di introdurre ufficialmente l'Antropocene nell'immensa scala del tempo geologico, quel sublime monumento dell'intelletto umano che anche nelle scuole del 2786  appeso sui muri di tutte le aule scolastiche".
Per rispondere allo scetticismo impresso sui volti di alcuni passeggeri, la guida ritenne di dover fare una digressione metodologica. "Allora come oggi, per definire i confini di un'epoca geologica (l'epoca  la quarta suddivisione del tempo geologico, dopo eoni, ere e periodi) bisogna trovare un segno indelebile e globale nei sedimenti geologici, che sia sufficientemente netto e inconfondibile per chi lo osserver anche tra milioni di anni. Finora le unit del tempo geologico sono state scandite da spartiacque imponenti: comparsa di nuove forme di vita; firme chimiche planetarie; estinzioni di massa. In sintesi: cambiamenti climatici e avvicendamenti di specie. Girovagando per l'Italia dell'Antropocene si direbbe che il segno geologico lasciato dall'uomo sar ben evidente agli scienziati del futuro. Di sicuro lo  per quelli del 2786. Le stesse attivit umane che in un millennio hanno sconvolto il Belpaese imprimeranno infatti una traccia irreversibile e sincronica nelle stratigrafie di tutti i depositi geologici al mondo, compresi sedimenti oceanici, ghiacciai, pollini, fossili, anelli di crescita degli alberi. Certo,  pur vero che un'epoca geologica recente e caratterizzata dalla presenza umana c'era gi: l'Olocene, quel quieto e neutrale nome che indica l'epoca iniziata ufficialmente con il riscaldamento climatico successivo all'ultima glaciazione, intorno a 12.400 anni fa, e ancora in corso. L'Olocene  quindi geologicamente sottilissimo, una dozzina di millenni, e a maggior ragione lo  l'Antropocene, una questione di millimetri per ora. Le epoche geologiche durano mediamente alcuni milioni di anni. L'uno e l'altro, Olocene e Antropocene, vengono comunque dopo il Pleistocene, l'epoca delle glaciazioni e delle continue oscillazioni climatiche iniziata 2,58 milioni di anni fa. Il Pleistocene pi l'Olocene e l'Antropocene compongono il periodo Quaternario, l'ultimo dell'era cenozoica iniziata con il gran botto di 66 milioni di anni fa che estinse quasi tutti i dinosauri e un bel pezzo della rimanente biodiversit".
"Antropocene non significa soltanto cambiamento climatico", prosegu con fare dottrinale la guida. "Si tratta di un processo globale e composito, che riguarda il sistema Terra nella sua interezza e complessit di relazioni, come peraltro si evince chiaramente partecipando al nostro Grand Tour dell'Italia antropocenica. Contribuiscono all'Antropocene molte tendenze intrecciate e diverse: la crescita delle temperature medie sulla superficie del pianeta; l'aumento squilibrato della popolazione umana; le concentrazioni di gas serra, soprattutto anidride carbonica e metano, dovute a emissioni di industrie, trasporti, riscaldamenti; la disponibilit di acqua; la radioattivit dovuta all'industria nucleare; le alterazioni fisiche umane del suolo terrestre; gli impatti gravi dell'agricoltura e dell'allevamento intensivi; insomma tutti gli effetti su scala planetaria delle attivit umane. Ciascuno di questi  potenzialmente un indicatore quantitativo dell'impronta umana sulla Terra, una misura dell'Antropocene, ma le dimensioni del fenomeno sono molto pi vaste perch derivano dalle interazioni non lineari e moltiplicative tra tutti questi processi messi assieme. Un bel groviglio".
"E poi c' l'estinzione in massa della biodiversit", aggiunse Milordo in uno dei suoi rari interventi a voce alta. "In mille anni abbiamo distrutto il 75% di tutte le forme di vita, a causa di: deforestazione, perdita di specie, frammentazioni degli habitat, mancanza di ossigeno nelle acque costiere, concentrazione di plastiche che gi nel 2080, per volume, aveva superato drammaticamente quella dei pesci. I lentissimi tempi biologici di recupero degli ecosistemi sono incompatibili con la rapidit tecnologica di queste devastazioni, quindi la specie umana pu essere considerata oggi, a tutti gli effetti, come la pi grande forza evolutiva globale che incide (in negativo) sulla biodiversit".
La giunonica guida annuiva soddisfatta. "Il grande naturalista inglese Charles Darwin, che ancora si studia a scuola, a suo modo nove secoli fa aveva fornito le basi concettuali per capire quanto sta accadendo, anche in Italia. A pi riprese aveva fatto notare che le specie, se lasciate a s stesse senza ostacoli, tendono a crescere e a moltiplicarsi a dismisura.  l'istinto fondamentale della vita: occupare tutti gli spazi disponibili. Solo la presenza di opportuni freni ambientali - cio risorse limitate, predatori, vincoli fisici, competizioni con altre specie - impedisce che le popolazioni biologiche esplodano occupando tutto. Quando questi freni saltano, per esempio introducendo una specie aliena in un ambiente dove non ha predatori, succedono disastri perch l'equilibrio (gi instabile) si rompe e una specie invasiva domina l'ecosistema estinguendone molte altre. Qualcosa di analogo, a un altro livello, succede quando una popolazione di cellule cancerose si moltiplica senza freni dentro un organismo".
"Suvvia, ancora questa storia della specie umana come cancro del pianeta", sbuff qualcuno nelle retrovie. La guida intervenne e diede ragione a Milordo. "Gli esseri umani, per proprio merito e inventiva, hanno imparato a consumare indefinitamente le risorse del pianeta. Da almeno quaranta millenni, uno pi uno meno, non hanno pi limiti ambientali che li frenino. Possono sopravvivere pressoch ovunque, come si vede qui in Italia persino in cima alle montagne, sottoterra e sottacqua. E allora succede come quando un'alga invasiva colonizza un lago eutrofizzato o i batteri invadono una piastra piena di nutrimento a non finire: proliferano, proliferano e proliferano".
In effetti siamo dodici miliardi, pens Milordo. Solo con il miglioramento genetico delle piante era stato possibile sfamare tutti, ma poi l'aspettativa media di vita aveva superato i centoventi anni ed era stato comunque a un certo punto necessario imporre un tetto alle nascite, altrimenti ogni neonato avrebbe avuto cinque anziani da mantenere. Era stato traumatico - riportavano le cronache del tempo - una sospensione della democrazia, con gravissimi disordini sociali e guerre durati decenni. Eppure lo si sapeva anche prima che suolo, risorse, atmosfera e oceani non potevano essere infiniti, visto che giacciono su una sfera schiacciata ai poli che orbita attorno al Sole.
Anche per questo non era stato facile decidere quando far cominciare 1 Antropocene, perch gli esseri umani a ben vedere sono come l'alga assassina nel lago da un sacco di tempo. Qui la guida cominci ad allargarsi. "Crutzen, da chimico dell'atmosfera, non ebbe dubbi: l'Antropocene andava fatto partire dalla rivoluzione industriale di dieci secoli fa e dai suoi effetti sulla composizione dell'aria che ancora oggi respiriamo. L'anidride carbonica di allora ci metter altri novantottomila anni prima di essere riassorbita nei cicli terrestri, hai voglia. A partire da quel punto esatto, una combinazione di uso di combustibili fossili e deforestazione fece schizzare i gas serra a livelli
mai raggiunti negli ultimi ottocentomila anni e pi.  da quel momento che inconsapevolmente gli umani hanno cominciato a rinviare il naturale arrivo della prossima glaciazione. Il ragionamento fila.
Tuttavia, molto tempo prima delle fabbriche inglesi, le attivit agricole gi avevano modificato radicalmente la superficie terrestre e l'atmosfera. Gli archeologi del futuro potranno osservare, nei sedimenti a partire da 12.400 anni fa, un elenco di indizi precisi: erosione dei terreni agricoli, semi e pollini di piante coltivate, montagne di ossa di animali d'allevamento, pi metano e anidride carbonica in atmosfera, un'insolita stabilit climatica, e poco dopo anche metalli a concentrazioni inedite, come mercurio e rame. In tal caso per l'Antropocene avrebbe sostituito completamente l'Olocene. Inutile tenersi due nomi per la stessa cosa.
Altri pensavano invece che la cosiddetta 'grande accelerazione' delle attivit umane con impatto geofisico fosse avvenuta dopo la Seconda guerra mondiale di otto secoli fa, con le enormi dighe, l'uso massiccio di fertilizzanti, la diffusione della plastica, il consumo di acqua e di petrolio, la crescita dell'aspettativa di vita in ampie porzioni del pianeta, la modificazione genetica delle piante, il circuito auto-rinforzato di produzione e consumi. L'Italia dell'Antropocene che stiamo visitando in questo tour  figlia anche di quegli avvenimenti" precis la guida. "A favore di quella datazione vi era anche un terribile marcatore globale: il fall-out radioattivo prodotto dall'esplosione delle prime bombe atomiche; due sganciate sulla popolazione civile in Giappone e altre cinquecento almeno fatte brillare nei dissennati test nucleari condotti in superficie, nel sottosuolo e persino in atmosfera fino al picco del 1963.
Oggi quelle armi micidiali e suicide dell'et del ferro nucleare sono bandite da cinquecento anni, ma in effetti il loro rimane un segno pressoch indelebile (alcuni isotopi radioattivi resteranno come nostra impronta digitale per quindici milioni di anni) e paragonabile, per precisione, all'iridio cosparso sulla Terra dall'asteroide che colp il nostro pianeta 66 milioni di anni fa. Sono i cosiddetti 'chiodi d'oro' che fanno iniziare un'epoca geologica da un punto preciso, da un marcatore unico. Questo punto stratigrafico globale privilegiato deve definire un sedimento geologico associato a un cambiamento chimico o biologico che sia netto e universale, cio rinvenibile dagli archeologi, paleontologi, glaciologi e geologi del futuro su tutta la superficie del pianeta e non soltanto in una regione.
Gli storici fissano per esempio uno spartiacque agli inizi del 1600, undici secoli fa, quando il mondo si apr: le rotte oceaniche, il capitalismo mercantile, le sue regole spietate, i profitti che generano altri profitti, le conoscenze scientifiche che aumentano, la mega civilt connessa su tutto il pianeta, la spoliazione sistematica delle risorse dei Paesi colonizzati. In quei decenni piante e animali cominciarono a viaggiare per tutto il mondo sulle navi, generando nuovi ibridi e specie infestanti. Le diete si trasformarono e si diversificarono. La globalizzazione dei commerci e degli scambi unific e al contempo omogeneizz le specie. Le attivit minerarie sconquassarono le terre emerse. Nuove piante dominarono le economie e cambiarono i comportamenti: zucchero, t, tabacco, caff, spezie. Continenti e oceani furono di nuovo collegati, non dalla tettonica a placche, ma dalla tettonica commerciale umana che tutto uniforma a s. Noi donne e uomini del XXVIII secolo", sentenzi solenne la guida, "siamo figli anche di quell'evento. La transizione successiva, cio la rivoluzione industriale della macchina a vapore alimentata a carbone e del proletariato urbano, consolid un processo gi avviato. Poi vennero il cemento, il petrolio e l'elettricit. La popolazione umana crebbe, superando il primo miliardo nel 1804 e il secondo miliardo nel 1927. L'inquinamento da fumi, fuliggine, cenere, gas, polveri, metalli pesanti divenne un'escalation, affrontata volta per volta solo quando diventava un'emergenza sanitaria. A conti fatti, per i geologi del futuro il segno sar chiaro: particelle carboniose a forma di piccole sfere, frutto della combustione di combustibili fossili, sparse ovunque sulla Terra, in concentrazioni crescenti, insieme a piombo e altre sgradevolissime firme chimiche.
Da questa soglia in poi la corsa all'alterazione del clima, attraverso la modifica del ciclo del carbonio, assunse velocit e dimensioni mai viste prima in tutto il Pleistocene. I livelli di anidride carbonica in atmosfera passarono da 280 parti per milione, registrabili agli inizi della rivoluzione industriale, a pi di 400 nel 2020. Sta scritto su tutti i manuali di storia dell'Antropocene. Nel giro di due secoli le terre emerse e gli oceani si riscaldarono di almeno un grado, e poi di altri due nel mezzo secolo successivo, fino al 2100. Il ritiro dei ghiacciai e l'espansione termica fecero innalzare il livello globale medio dei mari di trenta centimetri. Sembravano pochi, tutto sommato, ma era solo l'inizio. Gli oceani diventarono pi acidi, mettendo in seria difficolt tutti gli organismi che formano strutture di carbonato di calcio, e quindi alterando a cascata tutti i cicli dei nutrienti nei mari e abbattendo la biodiversit.
Nell'anno 2020 il peso di tutti gli oggetti costruiti dall'uomo super quello di tutti gli esseri viventi messi assieme. Il consumismo di massa, l'industrializzazione globale, la transizione demografica, lo sviluppo energivoro, l'eutrofizzazione degli ecosistemi acquatici causata da azoto e fosforo dei fertilizzanti, i tassi di estinzione della
biodiversit che superarono quelli delle cinque estinzioni di massa del passato geologico, le plastiche, i modelli di crescita insostenibili adottati dagli ex Paesi in via di sviluppo: le firme sedimentarie dell'attivit umana furono tali e tante che anche il pi tonto dei geologi del futuro non potr non vederle. In effetti, la domanda  gi tra le pi ricorrenti nell'esame universitario del primo anno di geoscienze: il candidato individui in questa sequenza stratigrafica l'inizio dell'Antropocene, quando la specie sedicente sapiens si mise follemente a devastare la sua casa planetaria.
Quando li si porta sul campo, in effetti gli studenti osservano negli strati sedimentari di sette secoli fa una poltiglia inquietante fatta di ossa fossilizzate (umane per un terzo, di mucche, pollame e suini per gli altri due terzi), elementi radioattivi, metalli pesanti, sferule carboniose, plastiche, schermi di telefonini, discariche compattate. Questo  lo straterello geologico nascosto anche sotto le graziose fattezze superficiali dell'Italia che stiamo visitando", concluse la guida.
"Oggi formalmente l'Antropocene  fatto iniziare nell'anno 1945, 841 anni fa, ma la sua nascita fu un processo durato alcuni secoli. Si tratt di una transizione rapidissima sul piano geologico, ma tutto sommato lenta rispetto alle generazioni umane. Ne passarono pi di venti, di generazioni, prima che il processo giungesse a compimento, con gli effetti che vediamo oggi. Eppure non si fece quasi nulla per evitarlo. I nostri predecessori fecero come la rana che non si accorse di finire bollita perch l'acqua si scaldava lentamente. Quando le societ umane collassano, non se ne accorgono o fingono di non accorgersene se non una volta che si ritrovano quasi sul bordo del baratro. Poi  troppo tardi comunque".
Su questo finale pessimista e meditabondo, che trov d'accordo quasi tutti pi per stanchezza che per convinzione, il treno a levitazione magnetica fren e sibil facendo il suo ingresso alla stazione di Firenze. La visita al celeberrimo centro storico fu bellissima, ma meno sorprendente del previsto, poich ormai di citt palafitticole ne avevano viste parecchie. Anche il capoluogo rinascimentale, infatti, era diventato una Venezia in Toscana, quando ormai la Venezia vera non c'era pi. Stesso destino di Verona e di Bologna, ma su un mare pi calmo. Affacciava infatti, come Prato e Pistoia del resto, sulla laguna di Firenze, un ampio specchio lacustre che si frapponeva tra la discesa appenninica dell'Arno, da una parte, e un vasto arcipelago che arrivava fino al Tirreno, dall'altra. Milordo dai canali di Firenze vide enormi stormi di fenicotteri levarsi in volo e poi posarsi di nuovo, misti ad altri variopinti uccelli tropicali con il becco strano, di cui non sapeva il nome.
In pratica, il mare si era incuneato fino al centro della penisola. La laguna era collegata al mare di Fucecchio attraverso il canale dell'Arno, da dove transitavano le merci per Firenze, che per aveva ormai abbandonato la sua vocazione commerciale per diventare una meta esclusivamente turistica, nelle stagioni pi fresche dell'anno. D'estate era invivibile e tutti si spostavano sulla cresta appenninica. Il mare di Fucecchio dava poi sul golfo lucchese dopo capo Montecarlo, da una parte, e sul mare pisano dall'altra. Nel mezzo, un arcipelago di isole, tra le quali le isole Cerbaie, l'isola di Montepisano e l'isola di Santa Maria. Sul lato meridionale della grande baia frastagliata, che un tempo aveva ospitato i deliziosi ed eleganti paesaggi toscani raffigurati nei poster di tutti gli uffici del mondo, si aprivano incantevoli insenature, come il seno d'Elsa, il seno di Era e i seni livornesi.
Citt per secoli rivali, come Lucca, Pisa e Livorno, ormai condividevano lo stesso amaro destino: sommerse dall'onda antropocenica. I lucchesi avevano trovato rifugio in Garfagnana. I pisani si erano trasferiti sull'isola di Montepisano, che controllava l'accesso all'arcipelago dell'Arno, mentre i livornesi, ovviamente in direzione opposta, si erano insediati sulle colline tra la baia del Savarano e il seno di Volterra. Altri si erano sparpagliati lungo il golfo di Maremma Tusculana e gi fino al golfo di Suvereto, al golfo di Follonica e al mare di Grosseto, che si era ripreso le terre bonificate. Di fronte alla costa ritiratasi, le isole del Tirreno centrale si erano moltiplicate: di fronte all'isola di Populonia, l'isola d'Elba era diventata un piccolo arcipelago autonomo (composto da isola di Rio, isola di Calamita, isola di Mezzo e isola di Marciana, la pi vicina alla Corsica), abitato da grossetani e maremmani in cerca di sollievo nei periodi di massimo caldo.
Le due notti a Firenze furono umide e appiccicose. Era tutto musealizzato e climatizzato. Difficile distinguere gli originali dalle copie in alta risoluzione. Fuori sembrava un forno. Il suq era un formicolio di merci da tutto il sud del mondo. Si faceva fatica a respirare, e a restare. Meglio spostarsi sul mare, anticip la guida, ma tornando sul lato adriatico.
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Acqua dolce che cala, acqua salata che cresce.
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Quale che sia il livello di riscaldamento che assumer il pianeta, non c' dubbio che tutta l'umanit, e l'Italia in modo particolare, dovr fare i conti con problemi di gestione sia di acqua dolce sempre pi scarsa e di cattiva qualit, sia di acqua salata sempre pi acida e invasiva.
Per quanto riguarda l'acqua dolce, gli scenari proposti dall'IPCC prevedono una riduzione della quantit della risorsa idrica rinnovabile, sia superficiale che sotterranea, in particolare nelle zone semi-aride come quella mediterranea. I cambiamenti climatici modificheranno in modo marcato il flusso fluviale stagionale: la temperatura crescente aumenter l'evapotraspirazione (ovvero la quantit d'acqua che passa allo stato di vapore per effetto congiunto della traspirazione delle piante e dell'evaporazione diretta dal terreno) e innalzer il limite nevoso ad altitudini e latitudini sempre maggiori. Periodi prolungati di siccit, cambiamenti nel regime delle precipitazioni, riduzione degli afflussi in falda e nelle portate (con il rafforzamento del carattere torrentizio dei corsi d'acqua) metteranno a rischio non solo la disponibilit d'acqua, ma anche la sua qualit: aumenteranno infatti i fenomeni di eutrofizzazione, la concentrazione di sostanza organica disciolta e di nutrienti come nitrati e fosfati, e i contaminanti da attivit umane, e si ridurr l'ossigeno, con fenomeni di anossia e diffusione di specie potenzialmente tossiche come i cianobatteri.
Tutto ci contribuir ad accentuare la competizione per l'acqua, tra uso civile, agricolo, industriale ed energetico, particolarmente nella stagione calda, quando le risorse saranno sempre pi scarse e la domanda elevata. In una simile situazione giocher un ruolo fondamentale l'efficienza gestionale, ovvero non potr esserci spazio per inadeguatezze infrastrutturali come quelle attuali: con un utilizzo medio tra il 30 e il 35% delle sue risorse idriche rinnovabili (a fronte di un obiettivo europeo di efficienza che prevede di estrarne non pi del 20%), l'Italia  considerata un Paese con stress idrico medio-alto. Dal rapporto ISTAT 2019 sull'utilizzo e la qualit della risorsa Idrica risulta che il prelievo d'acqua a uso potabile  in crescita (+6,9% dal 1999) e ammonta a 9,5 miliardi di metri cubi, pari a 156 metri cubi pr capite all'anno (equivalenti a 428 litri per abitante al giorno):  il pi elevato tra I Paesi europei. Tuttavia, solamente 8,8 miliardi di metri cubi (l'80% del volume prelevato) sono immessi nelle reti di distribuzione dell'acqua potabile e il volume erogato agli utenti  ulteriormente ridotto dell'11,6% a causa di dispersioni di rete. Le perdite percentuali reali ammontano al 38,8% e sono in aumento rispetto al 2012, non solo a causa di rotture nelle condotte, ma anche di consumi non autorizzati. Ne consegue che quasi la met del volume di acqua prelevata alla fonte (47,9%) non raggiunge gli utenti finali a causa delle dispersioni dalle reti di adduzione e distribuzione.
L'agricoltura rappresenta l'altro grande settore di utilizzo della risorsa idrica. In base ai dati del 6 Censimento generale dell'Agricoltura (ISTAT 2010) risulta che l'Italia  tra i Paesi europei che maggiormente fanno ricorso all'irrigazione: con pi di 2,4 milioni di ettari,  seconda in termini di superficie irrigata solo alla Spagna e quarta in termini di incidenza della superficie irrigata sulla superficie agricola utilizzata (19%) dopo Malta, Cipro e la Grecia. Nell'annata agraria 2009-2010, Il volume di acqua destinata a uso irriguo  stato pari a 11.6 miliardi di metri cubi (in media 4.666 metri cubi per ettaro di superficie irrigata). In genere, a una maggiore disponibilit d'acqua corrisponde un uso meno oculato. Gli scarsi regimi del futuro Imporranno un aumento dei tassi di efficienza e l'adozione di colture meno esigenti: le tecniche di sommersione richiedono in media 15.000 metri cubi per ettaro, lo scorrimento superficiale 5.500, mentre la micro-irrigazione ne richiede solo 3.500.
Sempre l'ISTAT ha stimato l'uso d'acqua per la produzione di energia elettrica e per il raffreddamento degli impianti termoelettrici intorno ai 18,5 miliardi di metri cubi, di cui tuttavia solo l'11,9% proviene da acque interne, mentre il restante arriva dal mare.
I cambiamenti climatici avranno un impatto pronunciato soprattutto sulle portate pi basse, con una diminuzione stimata di oltre il 40% entro il 2080, derivato sia da una riduzione delle precipitazioni sia dall'aumento dell'evapotraspirazione dovuta alle temperature elevate, che giocher un ruolo crescente e sempre pi significativo nelle stime di bilancio idrico.
Fenomeni di siccit e riduzione delle portate, uniti a condizioni di sovrasfruttamento della risorsa idrica, renderanno poi i corsi d'acqua e le falde sotterranee costiere pi esposti all'azione del mare, con conseguente aumento di salinit nelle riserve di acqua dolce. L'ingressione del cuneo salino  gi oggi un problema molto sentito nel delta del Po: nel lungo periodo (2071-2100) il calo di portata del pi lungo fiume d'Italia diventer ancora pi pronunciato, con un deflusso alla foce che si ridurr a 33 chilometri cubi rispetto agli oltre 50 attuali, incrementando in questo modo anche il ruolo dell'evapotraspirazione, che diventer pi rilevante dei prelievi antropici.
Per quanto riguarda le masse d'acqua salata, i tre problemi pi rilevanti a livello planetario saranno l'aumento di temperatura delle acque, il loro progressivo innalzamento e la crescente acidificazione. Non sappiamo quale configurazione assumeranno i mari del futuro, e se essi saranno destinati a ripercorrere le sorti del mare pliocenico: allora la temperatura dell'acqua marina era pi elevata di quella attuale, come dimostra il fatto che l'ittiofauna che popolava quell'antico mare  oggi presente con le stesse specie o con specie affini nelle calde acque dell'oceano Indiano e dei mari tropicali, specie che possiamo ritrovare allo stato fossile tra le colline carbonatiche italiane.
Oggi gli oceani si scaldano molto pi velocemente di quanto non sia accaduto in passato, con un aumento di temperatura a livello globale di 0,44C tra il 1971 e il 2010. Il tasso di riscaldamento degli oceani  pi che raddoppiato dal 1993 nello strato d'acqua compreso tra la superficie e i 2.000 metri di profondit: questo aumento nel corso dell'ultimo secolo  senza precedenti. Per quanto riguarda il Mediterraneo, le anomalie su base annua indicano un innalzamento della temperatura superficiale di circa 1,2C. L'aumento maggiore nel periodo invernale e primaverile si ha per il bacino Adriatico, con valori compresi tra 1,5C e 2C, mentre nel periodo estivo le anomalie pi alte e diffuse si hanno nel mar Tirreno (circa 1,5C). Tutte le aree costiere italiane saranno caratterizzate da un incremento di temperatura rispetto al periodo 1981-2010, che varia da un minimo di 1,3C nelle zone del Mediterraneo centro-occidentale e nel mar Ligure a un massimo di 1,6C nell'Adriatico centro-settentrionale.
L'aumento del livello del mare nelle ipotesi dell'IPCC  strettamente correlato alla quantit di CO2 presente in atmosfera: con 450 ppm  previsto un aumento fino a 30 centimetri rispetto all'era preindustriale. Il livello degli oceani  cresciuto con un ritmo di 3,6 mm all'anno nel periodo 2005-2015, ma nello scenario ad alte emissioni l'aumento previsto a fine secolo  di circa 0,84 metri rispetto al periodo 1986-2005, un aumento strettamente legato alla fusione dei ghiacci della Groenlandia, di parte della calotta polare antartica e all'espansione termica causata dal suo stesso riscaldamento.
I problemi non saranno dati soltanto dall'innalzamento di livello e dall'ingressione del cuneo salino: l'aumento delle concentrazioni di anidride carbonica porter a un aumento del tasso di acidit degli oceani compreso tra 0,14 e 0,35 unit di pH entro il 2100, e ci contribuir a trasformare profondamente l'ecosistema marino gi messo a dura prova dallo sfruttamento ittico (tra il 1972 e il 2012 il numero di pesci  diminuito del 50% per la pesca eccessiva e il degradamento delle risorse idriche). Il mare diviene pi corrosivo per gli animali e gli organismi che lo abitano, riducendo il processo di calcificazione e il tasso di riproduzione delle conchiglie, aumentando il rischio di estinzione per specie e barriere coralline. Cambiamenti nella temperatura e nella salinit potrebbero comportare modifiche e forse anche interruzioni della circolazione termoalina, ovvero del grande nastro trasportatore che rimescola le acque degli oceani.
Senza l'adozione di strategie e misure di adattamento, assisteremo dunque a un incremento dei rischi di inondazione e di eventi estremi per le comunit costiere e all'insorgenza di sempre pi problematiche per la biodiversit marina (ingressione di specie pi adatte alle alte temperature, maggiore incidenza di patologie, riduzione di popolazioni ittiche oggi commercialmente importanti, riduzione del potenziale di pesca e delle risorse marine in generale), con conseguenze negative per la sicurezza alimentare, il turismo, l'economia e la salute.
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5. PICENUM ET SAMNIUM.
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Norvegia mediterranea.
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"Questa parte della visita vi sorprender assai", aveva detto la generalessa del tour. Un altro treno levitante transappenninico aveva imbarcato tutti e in meno di un'ora li aveva catapultati dall'altra parte delle montagne, ma in direzione est. C'era di nuovo il mare che, calmo e caldo, sembrava cingere d'assedio la sempre pi esile penisola. Qualcosa per, nella consunzione della costa, negli scogli scaraventati, nelle grotte scavate, nei resti dei fiumi di fango, lasciava chiaramente intendere che quello stesso mare in un'altra stagione sapeva essere violentissimo e impetuoso. Portava via tutto e si doveva correre all'interno, sulle colline brulle alle spalle dei fiordi, per non finire annegati.
S, fiordi, dappertutto, come Milordo li aveva visti solo in Norvegia, ma con tutt'altri colori, altri verdi erbosi e grigi di cieli, altri neri profondi del mare. Questi fiordi invece erano arsi sulle sommit e tolleravano qualche sprazzo di vegetazione solo nei versanti riparati. "Siamo nella regione adriatica", spieg la guida, "dove un tempo c'erano le regioni delle Marche, dell'Abruzzo e del Molise. Ci fermeremo cinque giorni e in treno subacqueo potrete visitare a vostra scelta tutti i fiordi che volete", promise. I turisti capirono presto cosa intendeva con linea subacquea. Tutto il versante orientale della penisola, dall'ultima citt palafitticola che era sorta all'imbocco del mare Padano, cio Rimini, verso sud gi fino a Termoli, era diventato negli ultimi tre secoli un'unica grande regione interconnessa, a vocazione turistica e commerciale, con una lunghissima sequenza di piccoli abitati bianchi in cima ai fiordi e poi una corrispondente trama di citt sotterranee, al riparo dagli eccessi tropicali del clima, connesse tra loro da treni superveloci che correvano in tunnel sottomarini e non si vedevano mai in superficie.
Dall'esterno, clima a parte, erano panorami da cartolina. Sembravano certe immagini delle isole greche del Duemila. Case bianche, impreziosite da infissi e porte dai colori pastello, un mare azzurro confuso con il cielo. Ma la vita reale - uffici, negozi, mercati, officine, caserme - era tutta sotto, su pi livelli. I treni avevano una gradazione di fermate: alcuni, per gente indaffarata, scaricavano solo a Pesaro, Ancona, Pescara e Termoli, che erano anche porti trafficati; altri treni ti lasciavano invece in zone turistiche affollate; altri ancora, ai quali Milordo si appassion subito, erano altres treni locali velocissimi, per viaggiatori curiosi e pendolari mischiati assieme, praticamente metropolitane del mare, che si fermavano in ogni fiordo. Se li facevano tutti, uno dopo l'altro, nome dopo nome. Partivano, acceleravano muti, e un attimo dopo erano gi alla fermata successiva.
Milordo divor quei cinque giorni senza praticamente fermarsi mai. Cominci dalla costa delle rias marchigiane, tra la baia di Pesaro, su cui affacciavano le vestigia di Urbino appollaiate di guardia, e la ria del Metauro, troppo congestionata, fino alla baia dell'Esino, poco prima di Ancona, citt che era diventata un lungo e frastagliato abitato aggrappato sulla costa, con il porto sottostante. Il monte Conero era circondato dal mare e formava una splendida penisola che si protendeva nell'Adriatico, proteggendo all'interno un capolavoro naturalistico e santuario di biodiversit, la baia delle Fisarmoniche, dove Milordo fece il bagno in una spiaggia protetta con le reti anti-coccodrillo. I pappagalli gli fecero compagnia fino al tramonto e dorm in un lodge nel villaggio antico di Osimo.
Scese poi di fiordo in fiordo fino all'insenatura Leopardi e alla baia di Civitanova. Da qui esplor meticolosamente la costa delle rias abruzzesi, dalla ria del Tronto alla ria del Pescara, e poi la ria del Sangro, la splendida costa del parco nazionale teatino, la baia di Vasto, la ria del Biferno, gi fino alla baia di Chieuti e alla ria del Fortore. Rimase fortemente colpito da come le popolazioni adriatiche erano state in grado di ripensare in modo costruttivo il loro rapporto con l'acqua. Da nemica e assassina, portatrice di alluvioni da terra e di tempeste dal mare, l'avevano trasformata in un'alleata, non solo per i collegamenti veloci, ferroviari e navali, ma anche per l'economia, un'autentica economia subacquea. Usavano l'acqua per i campi eolici, per le piscine di raffreddamento, come schermo ai raggi solari. La depuravano in modo efficace per uso industriale. Quella potabile e di sorgente, invece, la raccoglievano e la custodivano quasi sacralmente nell'entroterra.
Uscendo dalla fascia costiera, per, il felice connubio di alte tecnologie ed elementi naturali si rompeva. Il dolce e fertile paesaggio di un tempo non c'era pi, riarso dal sole tropicale e dai venti del deserto, spazzato e dilavato dalle precipitazioni violente e improvvise. L'Italia interna dei borghi e delle piccole coltivazioni, delle mille variet e tradizioni, non esisteva pi da secoli, anche perch, a differenza delle Alpi, gli Appennini, tranne alcune zone molto elevate come la cima del Gran Sasso, avevano smesso presto di essere un rifugio dalle arsure delle pianure e delle coste. Avevano quindi attraversato una lunga fase di abbandono e ora erano abitati quel tanto che bastava per sfruttarne in profondit le risorse idriche e minerali.
Facevano eccezione, appunto, le terre pi alte, in particolare i monti Sibillini, il Gran Sasso e la Maiella, che erano diventate la destinazione di un flusso di migranti interni sempre pi cospicuo, gente alla ricerca di coltivazioni in quota e di prati su cui far pascolare pecore e capre. Ma erano agricoltura e allevamenti di precisione, che non potevano sostentare pi di un certo numero di famiglie. Nondimeno, la densit di popolazione attorno a queste vette era inusitatamente alta e ci creava frequenti conflitti. Nella pancia del Gran Sasso, poi, venne a sapere Milordo, esisteva un gigantesco laboratorio sotterraneo europeo, di lunga tradizione, per lo studio non pi della fisica delle particelle alle alte energie, che era arrivata ai suoi limiti umanamente esplorabili, ma del clima e delle tecnologie per resistere su una Terra sempre pi calda. Non si chiamavano pi tecnologie "sostenibili", perch ormai si era capito che Homo sapiens non era stato quasi mai sostenibile per gli ambienti in cui viveva. Quindi si chiamavano pi semplicemente tecnologie "vitali".
L'appuntamento per il rientro di tappa era in fondo alla ria del Tronto, in una ridente localit affacciata sul mare chiamata Ascoli Piceno, da dove il gruppo prese di nuovo una corriera a idrogeno per raggiungere l'antica capitale, Roma. Non lo avrebbero fatto, per, per la via breve e diretta, quella autostradale e ferroviaria classica, che partiva da Pescara, bens arrivando lungo un fiume, anzi lungo un fiordo, un altro fiordo ancora, ma vieppi inaspettato perch originatosi sull'altro versante, il Tirreno, e tanto profondo da spaccare quasi in due la penisola. Il mezzo si inerpic da Ascoli verso Arquata del Tronto. Tutto attorno, calanchi smussati e sorgenti sulfuree. I borghi medioevali erano stati abbandonati a causa dei frequenti e devastanti terremoti. Nell'ultimo millennio la placca africana aveva continuato a spingere verso nord, spostando l'intera penisola italiana di quindici metri. Per le vie deserte dei paesi si portavano i turisti in pellegrinaggio a vedere com'era il mondo nei secoli dopo il Medioevo.
Gli abitati nuovi erano per lo pi identici: casette antisismiche decorose e dallo stile un po' nordico, che strideva con il clima torrido, messe l tutte in fila, ordinate, quelle con il giardinetto e quelle con il balcone, disposte su assetti urbani razionali e impeccabili, divise da strade e viottoli ben tenuti. Ricordavano certe foto dei quartieri residenziali americani. Milordo vide la stessa scena a Pescara del Tronto, Norcia, Spoleto, Terni. Rimase scosso dalla vista di Castelluccio, ricostruita e vuota, arroccata splendidamente tra i monti Sibillini, i cui abitanti si erano trasferiti pi in quota, sulle pendici del monte Vettore, sopra i 1.500 metri. Il caldo aveva portato anche in altura il tonchio e altri parassiti che attaccavano le piante di lenticchia, divenute sempre pi rare e preziose. Cos la gente del luogo aveva imparato a integrare questa coltura tradizionale con papaie e manghi rinomati e particolarmente gustosi grazie alle speciali condizioni climatiche dell'altopiano carsico. Non i kiwi, perch volevano troppa acqua e il lago di Pilato si era prosciugato trecento anni prima.
Dopo un tratto pieno di curve tra colline di tufo e terre vulcaniche abrase, la corriera arriv sul bordo di una grande diga dismessa e corrosa, sopra la quale si stendeva l'alveo di un bacino artificiale ormai asciutto, il lago di Corbara, che forniva di acqua le acciaierie di Terni. Ma nel 2786 di acqua e di acciaierie non ce n'erano pi. Il terreno era ovunque argilloso, di argille marine, monito di un lontano passato geologico che stava tornando. Poco pi a sud si apr un
panorama straordinario. Uno striminzito torrente, che poi si seppe essere il Tevere, sfociava in uno stretto e bellissimo fiordo. Sopra di esso, poco pi a nord, vegliava da lontano sopra le valli dei calanchi un borgo di ipnotica bellezza e fragilit, in parte distrutto dalle frane, in parte mantenuto grazie a impalcature mimetizzate: Civita di Bagnoregio, una rupe maestosa, una guglia naturale solo in parte addolcita dall'erosione, da quattro millenni di tenace lotta contro il disfacimento della pelle del mondo.
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La grande risalita verso le terre alte.
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Il suolo dell'Italia dell'Antropocene sar, assieme all'acqua dolce, la risorsa pi scarsa e contesa. Se consideriamo i dati di uso del suolo elaborati dal programma europeo Copernicus, CORINE Land Cover, per il 2018, l'ingressione marina immaginata nel 2786 si tradurrebbe nella perdita di oltre il 40% dei frutteti, il 37% delle terre arabili, il 27% dei vigneti e il 15% degli uliveti. Verrebbero inondate le aree di pianura a maggiore vocazione agricola che, per sfamare una popolazione come quella attuale, sarebbero destinate a migrare sacrificando il bel paesaggio collinare in cui oggi  presente un modello di agricoltura pi estensivo o promiscuo, caratterizzato da una significativa copertura vegetale (le zone agricole che la classificazione CORINE Land Cover considera "eterogenee", paesaggi intermedi o di transizione collinari e pedecollinari), un fenomeno gi ora riscontrabile per esempio nella contestata e inedita estensione di vigneti intensivi di Prosecco nelle colline trevigiane e in val Belluna. Nello scenario immaginato per il 2786, insomma, le poche terre fertili rimaste sarebbero contese tra impulsi alla intensivizzazione produttiva, corsa all'urbanizzazione e creazione di invasi per la raccolta d'acqua dolce sempre pi scarsa. Tornerebbero forse al centro dell'attenzione paesaggi terrazzati oggi in gran parte abbandonati e degradati: renderemmo grazie alla fatica di chi li ha costruiti pietra su pietra, e ai lungimiranti sistemi di raccolta e drenaggio dell'acqua, pensati per sfruttare ogni minimo apporto idrico in periodi di scarsit ma anche per drenare in maniera efficace gli apporti di eventi meteorici concentrati, per via della permeabilit dei muri a secco. Si invertirebbe cos il trend di avanzata della copertura boschiva conseguente all'abbandono della montagna che ha interessato tutto il territorio nel secondo Novecento.
La realt, ancora una volta,  pi complessa, e salire in montagna potrebbe non rivelarsi la panacea di tutti i mali climatici che caratterizzeranno basse quote e aree urbane, come auspica Luca Mercalli nel suo ultimo libro Salire in montagna. Prendere quota per sfuggire al riscaldamento globale. Una voce da tenere in considerazione, per esempio,  l'aumento dei fenomeni di dissesto e rischio idrogeologico. I cambiamenti climatici faranno aumentare in frequenza e intensit gli eventi atmosferici estremi, come la tempesta Vaia che ha colpito la montagna veneta nel 2018. L'innalzamento della temperatura e l'aumento di episodi di precipitazione intensa hanno un ruolo importante nell'esacerbare il rischio: la fusione di neve, ghiaccio e permafrost porter a una variazione in magnitudo e stagionalit dei fenomeni di dissesto nelle zone alpine e appenniniche; le forti piogge aumenteranno il rischio idraulico e quello associato a frane. Ci che emerge dalle analisi scientifiche  che i dissesti profondi tenderanno a rallentare la loro attivit, mentre ci si attende che aumenti la frequenza di eventi franosi superficiali e veloci: un cambiamento nella tipologia e nella distribuzione del rischio rispetto a quello attuale.
La grande variabilit climatica potrebbe inoltre portare I sistemi agricoli in quota verso una maggiore fragilit e incertezza: riduzione delle rese per molte specie coltivate e forte variabilit delle produzioni sono gli scenari pi probabili, accompagnati da una diminuzione delle caratteristiche qualitative dei prodotti, con risposte fortemente differenziate a seconda delle aree geografiche e delle specificit colturali. In linea generale condizioni di rischio pi elevato potrebbero verificarsi per il Sud Italia, con perdita di vocazionalit (ovvero delle caratteristiche ambientali che permettono lo sviluppo ottimale di una coltura) per prodotti tradizionali, e maggiori costi per produzioni irrigue. Conseguenze negative sia dirette che indirette sono attese anche per il settore dell'allevamento, con relative ripercussioni sulla qualit e quantit delle produzioni lattiero-casearia e di carne.
Un ulteriore rischio  dettato dall'aumento degli incendi, una delle principali minacce per il comparto forestale italiano. Laumento delle temperature e la riduzione delle precipitazioni medie annue, e allo stesso tempo la maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi quali le ondate di calore o la prolungata siccit, interagiscono con gli effetti dell'abbandono delle aree coltivate, dei pascoli e di quelle che un tempo erano foreste gestite. Sono previsti incendi sempre pi pericolosi, spostamento altitudinale delle zone vulnerabili, allungamento della stagione degli incendi e delle giornate con pericolosit estrema, che a loro volta si potranno tradurre in aumento delle superfici percorse dal fuoco, con incremento nelle emissioni di gas serra e particolato.
Un altro aspetto da non sottovalutare  l'ingenerarsi di conflitti per l'acqua, soprattutto per quanto riguarda gli usi intensivi. L'intensificazione e la meccanizzazione dei processi agricoli, con un'ampia diffusione delle pratiche irrigue, hanno portato a una forte crescita della produttivit, ma anche del consumo di acqua dolce, con diverse conseguenze negative sulle propriet ecologiche dei sistemi agricoli, aumento dell'eutrofizzazione e declino della qualit delle acque.
Un'opportunit positiva da valutare sar la potenziale espansione verso nord degli areali di coltivazione, soprattutto per specie mediterranee come l'olivo o la vite. Possibili incrementi di vocazionalit sono previsti per l'olivo negli areali pi settentrionali, ma questa espansione potrebbe essere controbilanciata o addirittura vanificata dal calo di produttivit negli areali tradizionali. Alcuni studi riportano proiezioni di decremento di resa per molti areali di coltivazione in Italia, dovuto sia all'incremento delle temperature che a condizioni di aridit estiva. Anche per la vite, diverse ricerche evidenziano una generale riduzione del ciclo vegetativo (con anticipo della maturazione soprattutto negli areali meridionali) e perdita di produttivit negli areali attuali con possibile espansione verso aree pi settentrionali. In alcune aree viticole del Trentino, per esempio, si potrebbe trarre beneficio dal cambiamento climatico, che potrebbe portare a una migliore maturazione e a un miglioramento dello stato sanitario delle uve; bisogna tuttavia tener presente che la coltivazione della vite nelle aree pi settentrionali  limitata dalla disponibilit di radiazione solare, dalle basse temperature primaverili e dalle alte precipitazioni estive, che possono ridurre l'accumulo di zucchero nell'uva e aumentare il rischio di danni da parassiti, in particolare gli attacchi di peronospora. In generale, le aree del Sud Europa subiranno le maggiori perdite nelle produzioni di elevato livello a causa della siccit, ma anche delle temperature molto elevate che possono incidere sulla qualit (degradazione organolettica, contenuto alcolico troppo elevato, etc.).
Anche le foreste si stanno adattando alle nuove condizioni climatiche, modificando la composizione dei popolamenti e "muovendo" i loro areali sia in termini latitudinali che altitudinali. Si prevede nel bacino del Mediterraneo una forte riduzione di vocazionalit per molte delle specie caratterizzanti i popolamenti forestali, particolarmente accentuata nella regione appenninica e nei rilievi prealpini. In Italia l'alterazione nella distribuzione porter a una riduzione del numero di specie e, quindi, della diversit forestale locale. Si assister a una riorganizzazione delle associazioni a vantaggio di specie meno esigenti in termini di disponibilit idrica e pi capaci di tollerare periodi siccitosi e caldi pi lunghi: per l'importante gruppo delle querce mediterranee (roverella, leccio, cerro), per esempio, diventer proibitivo il margine meridionale dell'areale (Sicilia), a causa dell'elevato rischio di desertificazione, mentre si prevede un ampliamento areale a nord.
Sicuramente un limite alla possibilit di espansione verso nuovi areali di coltivazione sar il ricorrere di eventi climatici estremi sempre pi frequenti. Il manifestarsi tra l'altro di ondate di calore, di periodi siccitosi, di eventi di precipitazione intensa o di gelate durante specifiche fasi dello sviluppo - come la fioritura, l'Impollinazione e il riempimento del frutto -potranno ulteriormente accentuare gli impatti determinati dalle variazioni del clima.
Il Rapporto sullo stato delle foreste e del settore forestale in Italia del 2019 stima il patrimonio forestale in circa 11 milioni di ettari di foreste e terre boscate, oltre il 35% del territorio nazionale: un patrimonio In costante aumento, frutto principalmente della colonizzazione spontanea di aree marginali da parte di boschi di nuova formazione a seguito dell'esodo rurale e montano. Tale fenomeno, che riguarda con intensit diversa tutte le regioni italiane, potrebbe subire una inversione di tendenza, dal momento che soltanto il 18% della superficie forestale nazionale risulta oggi interessata da piani di gestione o di assestamento. Un rinnovato interesse per questo patrimonio potrebbe contrastare la maggiore vulnerabilit ai fenomeni di disturbo, quali incendi, attacchi parassitari ed eventi meteorologici avversi. Una politica capace di orientare il riutilizzo sostenibile delle aree montane, non solo boschive, recuperando e dando centralit al concetto di cura e manutenzione attiva praticata nei secoli passati, sembra dunque essere in futuro una necessit, non solo per garantire gli equilibri della montagna, ma per l'intero sistema-paese, o quel che di esso rester.
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6. LATIUM.
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Mare Nostrum di Roma.
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Proprio cos. Il mar Tirreno si incuneava nella penisola come una spada che trafigge dal basso. Apriva a met le province di Terni e di Viterbo, fino all'altezza del lago di Bolsena, che da tre secoli era tornato a essere il cratere secco e brullo di un antico vulcano, come il lago di Vico, quello di Bracciano e molti altri. La Terra, sotto questa prospettiva, non era poi tanto diversa dalla Luna. Il fiordo tiberino aveva creato una grossa penisola in quello che una volta era l'alto Lazio. A nord del golfo di Maremma Latina, la costa era coronata da isole di recente formazione. Il golfo frastagliato di Saturnia era un'altra delle rare riserve naturali italiche - una meraviglia di anfratti marini, spiagge tropicali, sorgenti termali e rovine etrusche congelate nei secoli - protetta al largo dall'isola Alberese, dall'isola di Santo Stefano (di fronte all'isola del Giglio, mentre Giannutri era ormai solo uno scoglio) e dalle isole del Leccio sul lato meridionale. A sud invece il golfo di Maremma Latina si chiudeva con due magnifiche insenature profonde, mete ambite dai gitanti di tutto il Paese: il seno di Tarquinia e il seno di Aurelia. Qui venivano a depositare le uova le tartarughe marine tropicali che avevano colonizzato il Mediterraneo, attratte dalle sterminate popolazioni di meduse di cui questi animali sono ghiotti.
La corriera a idrogeno del Grand Tour dell'Italia dell'Antropocene stava quindi per avvicinarsi a una delle destinazioni pi agognate dai protagonisti dei Grand Tour antichi, abbacinati com'erano da rovine, templi, nobili dimore, vedute neoclassiche: quella Roma eternamente decaduta, sempre memore di imperi crollati, di commovente bellezza e disperante ingovernabilit. Nessuno nel gruppo per avrebbe mai previsto la scioccante realt di una capitale dislocata, anch'essa invasa dall'acqua nei secoli e salvata solo grazie a un megalomane progetto di sollevamento e spostamento di ampie porzioni dell'urbe romana. La citt che vantava il pi vasto territorio metropolitano d'Europa ne era stata privata quasi completamente.
La terra non era pi ferma. Roma, del resto, era nata anche su terreni di antichissima bonifica strappati al mare, che ora cercava vendetta. Con infida lentezza le acque si erano fatte strada da Ostia e da Fiumicino in su. Nei primi decenni era stato strano vedere come gli antichi porti insabbiati fossero tornati a essere lambiti dal mare. Era successo anche ad Aquileia e a Ravenna. Poi per anche i vecchi porti erano stati sommersi. Sulle prime si era pensato a una grande muraglia a forma di arco, da Cerveteri ad Anzio, ma il fondale era troppo spugnoso e instabile, ben presto sarebbe stato permeato. Quando il Tevere si era gonfiato e aveva iniziato a lambire l'EUR e il Corviale, si era passati al piano pi ambizioso: innalzare e sparpagliare Roma. Il resto sarebbe diventato un insieme di quartieri palafitticoli, come a Verona, Bologna e Firenze. Era stato un processo lungo che aveva stravolto la regione, una corsa al rallentatore contro il tempo, che dava ragione al mare, al formarsi di voragini, di laghi e di lagune. La citt che si pensava eterna venne gradualmente infiltrata e impregnata.
Il fiordo tiberino per un primo tratto settentrionale era molto stretto. La strada correva spesso a strapiombo e le
acque in certi passaggi sembravano ancora quelle di un largo fiume. Ma non scorreva nulla perch era acqua di mare, nel bel mezzo dell'Italia. Dopo Ponzano Romano l'insenatura tiberina si allargava, voltava verso sud e diventava un vero e proprio mare interno tiberino. Nel frattempo era gi cominciata la periferia romana, che si era espansa in tutte le direzioni possibili: sfiorava il lago di Bracciano a nord e Pomezia a sud, inoltrandosi fino a oltre Tivoli e Guidonia all'interno. Le due sponde del mare Tiberino erano quindi addensate di nuovi quartieri, distretti industriali, capannoni, centri direzionali che un paio di secoli prima dovevano esser sembrati avveniristici. Il traffico fluviale era intenso e frequenti tunnel sottomarini portavano da una parte all'altra merci e persone.
La Roma del 2786 era una metropoli tropicale i cui nervi scorrevano sottoterra e sottacqua, protesa in scambi commerciali che la collegavano a tutto il resto del mondo. A Milordo venne in mente un racconto che piaceva molto a suo padre, filologo. Era di uno scrittore loro conterraneo, Robert Musil, che poco pi di otto secoli prima aveva descritto, nelle pagine introduttive a un romanzo incompiuto dal titolo L'uomo senza qualit, una terra del futuro chiamata Cacania, parodia affettuosa dell'impero asburgico decaduto. Se l'era immaginata come una citt in cui tutti corrono o si arrestano con il cronometro in mano, dove aria e terra costituiscono un formicaio, "attraversato dai vari piani delle strade di comunicazione". Anticipando ci che poi in effetti sarebbe avvenuto, Musil aveva scritto: "Treni aerei, treni sulla terra, treni sotto terra, posta pneumatica, catene di automobili sfrecciano orizzontalmente, ascensori velocissimi pompano in senso verticale masse di uomini dall'uno all'altro piano di traffico; nei punti di congiunzione si salta da un
mezzo di trasporto all'altro, e il loro ritmo che tra due velocit lanciate e rombanti ha una pausa, una sincope, una piccola fessura di venti secondi, succhia e inghiotte senza considerazione la gente, che negli intervalli di quel ritmo universale riesce appena a scambiare in fretta due parole".
Ecco cosa gli sembrava questa Italia, anch'essa impero di bellezza decaduto, pens Milordo: un formicaio brulicante, una societ che alla velocit orizzontale ha aggiunto la stratificazione verticale, vuoi per carenza di spazio geografico vuoi per difesa contro un clima ormai inclemente. Adesso ricollegava tutto: le citt palafitticole, le metropoli di montagna, le mostruose conurbazioni, i tunnel transappenninici come gallerie di insetti, la solare civilt acquatica adriatica con i suoi treni sottomarini, i villaggi antisismici fatti di bioplastiche degradabili; e adesso Roma, persino lei, avvinta dal ritmo universale del 2786, trasformatasi in una parvenza del passato che dialoga con un presente che ancora non si capisce cos', perch muta incessantemente.
La conferma arriv dopo pochi minuti. A una trentina di chilometri a nord rispetto a dove un tempo c'era il Colosseo, dopo un'ampia curva dell'autostrada, a sinistra si spalancava uno scenario mozzafiato. Nemmeno la guida parl, non ce n'era proprio bisogno. Milordo vide aprirsi un vasto mare interno, detto mare del Lazio, che si allungava a est nella baia di Tivoli. L'autista disse che con il binocolo si poteva vedere, affacciata sulla scogliera, la Villa di Adriano, completamente rifatta nel 2700 esattamente come l'aveva progettata l'imperatore, in un periodo in cui la prevalenza del kitsch transumanista aveva reso ammissibili certe imprese di archeologia ricostruttiva. Di fronte, mentre i ponti scavalcavano insenature usate come riparo per navi cisterna, dette seni romani, si vedeva l'isola Sallustia,
circondata da quartieri di palafitte e da montagnole artificiali sopra le quali erano distribuiti, con una logica non chiara, i grandi monumenti romani celebri in ogni angolo del pianeta e imitati da qualsiasi urbanista e architetto neonostalgico.
Il colpo d'occhio era straniante. Le sommit dei sette colli non si distinguevano pi, perch in parte sommerse dall'acqua e in parte sommerse dalle abitazioni. Era tutto un continuum di edificazioni e di movimenti, un via vai, un formicaio appunto. La guida si era attivata per mostrarci i pezzi forti, ma non era necessario, tanto spiccavano, sopraelevati scenograficamente. Cinecitt aveva conquistato la citt, la riproduzione l'originale. L'effetto cartapesta divenne ancora pi fastidioso quando la corriera cominci a rallentare facendo scendere ogni tanto i turisti per qualche foto. Il Colosseo, il Foro Romano, la Domus Aurea, l'Ara Pacis, San Pietro, Castel Sant'Angelo e tutto il resto erano veri, forse, o almeno sembravano proprio loro, fatti a pezzi e ricomposti, ma per interromperne il decadimento erano stati spalmati, o chiss impregnati, di resine e di fissanti. La scelta sar stata anche motivata da esigenze di conservazione, ma quelle superfici lucide, quasi laccate, e riflettenti, erano un pugno nell'occhio e andavano ben oltre la musealizzazione estrema. Un trionfo di artificialit estetica, ammesso che vi fosse ancora qualcosa che si potesse dire naturale in quel termitaio antropocenico.
Nei tre giorni seguenti la guida fece del suo meglio per riassettare il puzzle disordinato della citt eterna, finch tutte le tessere principali non furono rimesse al loro posto, ovviamente solo nella memoria giacch quelle reali erano scompaginate sulla superficie liscia e placida del mare del Lazio. Si concessero anche due extra molto graditi (oltre alle trattorie romane che erano rimaste sempre le stesse, ma le cui verande affacciavano adesso tutte sul mare): un tour con un battello dal fondo trasparente per vedere alcuni monumenti che la municipalit aveva deciso di lasciare dov'erano o non aveva fatto in tempo a far riemergere (e quelli s che sembrarono veri, finalmente, con le loro incrostazioni, le alghe, i cirripedi e i molluschi, un patrimonio sommerso); e infine una gita a Castel Gandolfo, sulla cresta del lago Albano asciutto, dove risiedeva stabilmente il papa dopo la scomparsa sottacqua dell'intera Citt del Vaticano. Qui Milordo not, in un angolo, la statua di un certo papa Francesco, il primo papa, poi dimenticato, a scrivere otto secoli prima un'enciclica sulla necessit di salvare il clima e il pianeta per le generazioni future. Milordo concluse tra s e s che, in fondo, i sentimenti di chi faceva il Grand Tour nel Settecento o nell'Ottocento alla ricerca di antichit ed esperienze esteticamente forti, ancorch talvolta conturbanti, non erano poi tanto diversi dai suoi.
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Citt come gironi infernali.
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Ci che pi colpisce di questa immaginaria Italia del 2786  in prima battuta l'impressionante serie di citt "a mollo": la quantit di superficie urbana e di patrimonio edilizio sommerso dall'acqua va ben oltre il 20% del territorio. La fusione completa delle masse glaciali terrestri metterebbe a rischio oltre il 38% dell'edificato urbano attuale, Il 48% delle aree industriali e commerciali, met della rete stradale e ferroviaria, oltre la met degli aeroporti. Incalcolabile invece  il valore del patrimonio storico e architettonico perduto, e non solo nei casi riconosciuti come Patrimoni Mondiali dall'UNESCO: i centri storici di Roma, Firenze, Pisa, Venezia, Verona, Ferrara, Ravenna, Napoli, Mantova, Modena, l'Orto Botanico e la Cappella degli Scrovegni di Padova, i siti archeologici di Aquileia finirebbero sott'acqua, e le citt di Pompei ed Ercolano appena emerse verrebbero sepolte per la seconda volta.
Ma al di l di soluzioni pi o meno avveniristiche per la salvaguardia di monumenti e centri storici di valenza eccezionale, o di costosissime quanto fantascientifiche traslazioni e gemmazioni urbane in siti pi protetti,  la stessa vivibilit cittadina nel suo complesso a essere messa in discussione nel prossimo futuro, anche dove non interessata da ingressioni marine.
Le citt sono dei veri e propri "hot spot", ossia aree geografiche caratterizzate da vulnerabilit ed esposizione molto elevate.  proprio qui che i cambiamenti climatici condensano i loro effetti, interessando un'elevata percentuale della popolazione. L'ambiente urbano attuale infatti  caratterizzato da un'alta percentuale di superfici impermeabili, ricoperte da cemento e asfalto, e da poche aree di carattere naturale (suolo e vegetazione). In seguito all'incremento delle temperature medie ed estreme, alla maggiore frequenza e durata delle ondate di calore e di eventi di precipitazione intensa, sar la qualit della vita in questi posti a entrare in crisi, e non solo per le categorie pi fragili come bambini, anziani, disabili.
Sono molti e molto diversi i modi in cui i cambiamenti climatici interagiscono con gli ambienti urbani e portano a un incremento delle situazioni di rischio. Uno dei principali  lo stress termico: gli ultimi decenni in Italia sono stati caratterizzati da aumenti significativi delle temperature medie. Questo andamento andr rafforzandosi sia per lo scenario con emissioni elevate che per quello con emissioni contenute, con ulteriore incremento di temperature estreme e frequenza e durata delle ondate di calore.
Le superfici costruite assorbono la radiazione solare (diretta e riflessa), accumulando calore durante il giorno e liberandolo durante la notte. Questo calore si aggiunge a quello prodotto dai processi di combustione dei veicoli, dall'industria e dagli impianti di climatizzazione, rendendo le citt pi "calde" rispetto all'ambiente rurale circostante.  noto che i centri urbani sperimentano temperature pi elevate anche di 5-10C rispetto alle aree rurali. Il fenomeno delle "isole di calore" genera temperature notturne particolarmente elevate per effetto del rilascio differito del calore accumulato durante il giorno da parte degli edifici. Inoltre, la conformazione e la presenza di "canyon" urbani riducono i moti convettivi e la ventilazione, limitando la dispersione del calore rispetto alle
aree pi aperte. Ne deriva la percezione di temperature pi elevate. Nel 2019 l'indice rappresentativo delle ondate di calore  stato superiore alla media del periodo 1961-1990, facendo registrare circa 29 giorni in pi di caldo molto intenso su base annua. Questo dato, associato alle proiezioni sui decenni a venire, fa pronosticare un significativo aumento di ondate di calore, se non si prevedono interventi di contenimento del riscaldamento globale. A causa di ci, in ambiente urbano cresceranno i danni sulla salute dovuti allo stress termico, e la mortalit per cardiopatie ischemiche, ictus, nefropatie e disturbi metabolici.
Esiste inoltre un forte legame tra incremento di temperatura e inquinamento atmosferico. Le citt sono infatti caratterizzate da elevate emissioni sia di gas a effetto serra (anidride carbonica e metano) sia di sostanze quali anidride solforosa, ossido di azoto, monossido di carbonio, benzene, particolato fine (PM10 e PM2,5) e ozono troposferico, che compromettono la qualit dell'aria. Questi composti derivano dall'immissione diretta da traffico veicolare, attivit industriali e termoregolazione degli edifici, ma si formano anche autonomamente in atmosfera: l'energia solare, infatti, agisce sui legami fotochimici innescando reazioni secondarie che portano alla formazione di nuovi agenti inquinanti. Un incremento dell'irraggiamento solare e delle temperature, nonch le modifiche nel regime dei venti, delle precipitazioni e le alterazioni nello strato degli inquinanti determinano un incremento nelle concentrazioni di questi composti. La sinergia tra variabili climatiche, inquinanti atmosferici e caratteristiche degli aeroallergeni influir sempre di pi anche sull'entit di reazioni allergiche. Secondo il rapporto dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) nel 2018 si sono registrati pi di 25 giorni di superamento dell'obiettivo a lungo termine per l'ozono in 66 aree urbane su 91 e il superamento del limite annuale per il PM2,5 in 13 aree urbane su 84. Nei primi nove mesi del 2018, in 7 aree urbane sono stati registrati oltre 35 giorni di superamento della soglia limite consentita per il PM10.
I centri urbani saranno sempre pi vulnerabili anche a causa della scarsit idrica, soprattutto dove dipendenti da singole e sempre pi limitate fonti di approvvigionamento. Questa vulnerabilit  emersa durante gli eventi di siccit del 2003 e 2007 in localit come Ferrara e Parma, che dipendono principalmente da prelievi da fiume. Al contempo, la quantit di acqua disperse nella rete permane a livelli cospicui, con un aumento del numero di citt italiane in cui la dispersione supera il 30%. I tassi di efficienza della rete di distribuzione sono per di pi inferiori in quelle macroregioni climatiche come l'Appennino centro-meridionale, il Sud e le Isole, maggiormente esposte a situazioni di scarsit idrica.
Al problema dell'incremento delle temperature e della scarsit d'acqua si aggiunge quello derivante dalle conseguenze in ambiente urbano di eventi di precipitazione intensa: saranno sempre pi frequenti esondazioni di corpi idrici superficiali in bacini a monte delle aree urbane e inondazioni nelle stesse per insufficiente capacit dei sistemi di drenaggio di smaltire grandi quantit d'acqua in poco tempo. Emblematici sono gli esempi di Roma dove, tra il 2010 e il 2019, si sono verificati 18 allagamenti a seguito di piogge intense, o quello di Milano, con 23 eventi totali nello stesso periodo, di cui 17 relativi a esondazioni dei fiumi Seveso e Lambro.
Anche le caratteristiche geografiche e idrogeologiche del territorio, la forma e l'ubicazione delle citt renderanno questi ambienti particolarmente esposti a impatti negativi: durante l'ultimo secolo, a causa di un processo di urbanizzazione scarsamente controllato, i centri urbani si sono dilatati occupando aree alluvionali e fondivalle di fiumi e torrenti,
contribuendo in maniera sostanziale all'incremento del rischio idrogeologico. Il crescente consumo di suolo, con la trasformazione di quello permeabile in superfici impermeabili quali strade, parcheggi, piazze, argini e letti di corsi d'acqua cementificati, ha aumentato frequenza e intensit delle ondate di piena nei centri abitati. Nonostante la sostanziale stasi demografica, tale consumo di suolo in Italia continua a crescere: dalle cifre pubblicate dall'ISPRA emerge infatti che esso  proseguito anche negli anni pi recenti (315 km2 sono stati consumati solo tra 2012 e 2018).
L'elevata espansione urbana che ha interessato l'Italia dal dopoguerra a oggi, l'occupazione delle aree perifluviali, l'impermeabilizzazione della rete idrografica minore, la crescita di insediamenti, strutture e infrastrutture in aree collinari e montane hanno portato all'occupazione di territori fragili, alla diminuzione degli spazi a disposizione di fiumi e torrenti, alla concentrazione delle onde di piena (picchi pi elevati, minori tempi di corrivazione, ovvero maggiore velocit di scorrimento dell'acqua per la ridotta permeabilit dei suoli), esponendo a un rischio elevato una parte sempre pi consistente della popolazione. Il 91% dei comuni italiani gi ora risulta soggetta al pericolo di frane e alluvioni.
La qualit, a volte lontana dall'ottimale, degli insediamenti, delle costruzioni e, localmente, anche delle opere di difesa, ha contribuito ad aumentare tale vulnerabilit. Sebbene, quindi, le peculiarit fisiche del territorio italiano (in termini geomorfologici, meteorologici e climatici) siano all'origine di tali fenomeni, diversi fattori antropici hanno contribuito e possono contribuire in maniera determinante alla esacerbazione delle loro conseguenze.
Non si tratta pertanto di trasferire le citt in quota, o di duplicarle in luoghi pi sicuri, ma di ripensare lo stesso
modello urbano, corresponsabile del riscaldamento climatico. Nelle citt italiane, che corrispondono a una superficie di poco meno di 27.000 km2, appena l'8,8% del territorio nazionale, vive oggi oltre il 56% della popolazione. Forse  il caso di rifondare il concetto di urbanit, rendendolo pi poroso, rarefatto, efficiente, per uscire dal circolo vizioso in cui sono finiti i nostri centri abitati: realt urbane vulnerabili e sempre pi esposte agli effetti di un clima che cambia, e insieme principali responsabili delle emissioni di gas serra e dunque artefici del loro stesso tragico destino.
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7. SARDINIA.
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Un paradiso tropicale.
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Vi fu anche una terza escursione, alla quale Milordo insistette per iscriversi anche se facoltativa e dispendiosa, perch ne aveva sentito parlare pi volte dagli avventori e dai custodi che aveva incontrato fra i canali e i musei di Roma. Fu in effetti faticosa, ma entusiasmante. Una metropolitana leggera lo condusse in pochi minuti al porto di Civitavecchia, retrocesso verso l'entroterra ma sempre funzionante, passando sotto i seni romani meridionali. Da l si imbarc su un aliscafo a fusione nucleare, una meraviglia meccanica a met tra il veliero e l'aliante, tecnologia della leggerezza allo stato puro. In un baleno, di certo meno di un'ora, giusto il tempo di leggere qualcosa sulla fedele Baedeker per prepararsi, il ragazzo e i suoi compagni di avventura furono sbarcati sotto la scogliera di Cagliari, capoluogo del celebre arcipelago tropicale della Sardegna.
Dopo una visita alla citt vecchia a dirupo sul canale del Campidano, il gruppo fu accompagnato a un monoelica da esplorazione, con la carrozzeria fiammante, al fine di ammirare le meraviglie delle isole. Si trattava in sostanza di un unico grande parco faunistico e floreale, a statuto autonomo, che tollerava flussi limitati e controllati di turisti, i quali avevano l'obbligo di conoscere la biodiversit dei luoghi e dell'antichissima cultura locale. Non potevano dunque sbarcare e rinchiudersi in un villaggio vacanze con la musica ventiquattro ore su ventiquattro, che sarebbe stato uguale tanto qui quanto ai Caraibi.
A proposito degli autoctoni, questa isola indipendente era riuscita a sottrarsi alla dinamica demografica fuori controllo che aveva interessato il resto dell'Italia. Sul continente, dopo il picco del 2050 e dopo una fase di riduzione della popolazione dovuta al calo delle nascite (fino al dimezzamento secco degli italiani tra il 2100 e il 2150, quando si era detto che la nazione era in via di estinzione), il peggioramento della crisi climatica in seguito aveva portato, da un lato, all'aumento dei flussi di migranti ambientali, soprattutto dalla fascia subsahariana completamente desertificata (con migrazioni forzate di circa seicentocinquanta milioni di persone verso Europa e Medioriente tra il 2050 e il 2200), e dall'altro alla perdita progressiva di migliaia e migliaia di chilometri quadrati di territorio a causa dell'innalzamento del livello dei mari. Questi due processi a tenaglia avevano ripopolato ci che rimaneva della penisola. La sommersione di decine di citt costiere italiane aveva fatto il resto, obbligando venti milioni di persone a spostarsi e determinando quelle ulteriori congestioni di abitanti sfollati verso le grandi conurbazioni montane, subalpine e subappennine.
In Sardegna tutto questo trambusto fortunatamente era stato evitato, grazie alla programmazione, alla lungimiranza e ai vantaggi dell'insularit. Il clima e gli incendi avevano tuttavia reso pressoch inabitabili le gi povere zone interne nuragiche, con il risultato che anche qui, come sugli Appennini, esse erano popolate solo in ristretti villaggi bianchi, iper-tecnologici e prevalentemente sotterranei, dove risiedevano le famiglie coinvolte nello sfruttamento delle risorse idriche e minerarie delle isole sarde. Curiosamente, le strategie pi innovative per evitare ogni spreco di acqua e
di cibo si ispiravano, pur utilizzando materiali di sintesi nuovissimi, a quelle gi sperimentate dai popoli del mare che si erano stabiliti l quattro se non cinque millenni prima. Tutti gli altri sardi gravitavano sulle coste, o su ci che ne restava, vivendo di turismo e di quel poco che si poteva ricavare dalla pesca, essendo le specie ittiche pi redditizie estinte da tempo ed essendo il mar Mediterraneo ormai infestato da un ristretto numero di specie aliene tropicali, come ricciole e bavose africane, pesci palla e barracuda. La biodiversit marina dei Tropici si stava lentamente evolvendo anche qui, recuperando con fatica dopo la distruzione antropica e andando a occupare le nicchie ecologiche lasciate libere, ma settecento anni non erano ancora sufficienti per vedere effetti significativi. La pesca era quindi ormai quasi esclusivamente di allevamento.
Milordo era affascinato da ci che vedeva: un paradiso ben piantato in mezzo al Mediterraneo. L'aereo sorvol inizialmente le isole pi meridionali dell'arcipelago sardo: da capo Sarroch cominciava l'Iglesiente, con le citt minerarie di Carbonia e Iglesias riconvertite al turismo d'lite internazionale, separato dall'isola modaiola di San Pietro e dall'isola di Sant'Antioco dal canale dell'Iglesiente. Poi vir verso nord, mostrando alla destra le spiagge dai colori oro, rosse e bianche - splendide piscine iridescenti dovute ai minerali della zona - tra Buggerru e Torre dei Corsari. La punta era l'isola della Frasca, dalla quale il velivolo sorvol il mare di Oristano, dove un tempo si estendevano la cittadina ma soprattutto le terre bonificate durante la dittatura fascista di otto secoli prima. Paradosso della storia, quelle terre strappate con la forza alle acque e alle paludi malsane erano tornate al loro elemento dominante e dove un tempo c'erano saline e campi coltivati ora si vedevano a perdita d'occhio solo valli da pesca e allevamenti ittici.
Dalle isole Sinis, tutto ci che restava di quelle terre fenicie, la rotta panoramica rimase sulla costa in direzione nord: attravers il fiordo Temu, con l'incantevole borgo di Bosa spostato su un piccolo promontorio, poi il mare di Alghero e la penisola di Torres, circondata a sud dall'arcipelago nurrese e a nord dalla piccola costellazione tropicale delle isole di Stintino e dell'Asinara. Milordo si pent di aver scelto altre destinazioni, pi a sud, per la seconda parte delle sue vacanze al mare. L sarebbe stato perfetto e promise a s stesso che ci sarebbe tornato. Intanto l'aereo stava sorvolando la baia d'Anglona e Gallura, collegata alla laguna interna di Cochinas. Poi fu la volta della baia dei Francesi, a ricordare la prospiciente Corsica, delle isole di Santa Teresa, degli scogli di Bonifacio, di Maddalena e Caprera prima della baia di Arzachena e del golfo Smeraldino, un tempo zona antesignana del turismo spendaccione e un po' sguaiato degli arricchiti e dei sultani in trasferta.
In fondo alla baia di Olbia, un piccolo aeroporto permise di fare scalo e di approfittarne per un veloce ma prelibato pranzo di pesce alla griglia, meduse fritte e alghe davanti all'isola di Figari. Al ritorno il volo segu la costa orientale dell'isola maggiore, propriamente la Sardegna, un incanto di calette, di isole (Cornino, Arbatax), di lagune ricchissime di uccelli tropicali (Orosei), di golfi scenografici e di grotte scavate dalle onde. Foche monache e cetacei del Tirreno erano estinti da tempo, ma cominciavano a circolare voci di avvistamenti di lamantini, squali e altre specie tropicali arrivate dal mar Rosso o da chiss dove. Per atterrare a Cagliari, si tagli a destra subito dopo gli scogli di Sferracavallo, sul fiordo scosceso di Quirru, passando sopra l'estuario del Flumendosa e la baia di Castiadas. Per il pallido Milordo una scorpacciata di mare e di sole, anche se soltanto dietro i finestrini.
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Nuovi cibi o nuovi modi di produrre lo stesso cibo?
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Qualora davvero nel 2786 il paesaggio italiano fosse quello raccontato da Milordo, il suo fallimento sarebbe anche quello del nostro attuale sistema alimentare. Il sistema agricolo mondiale, infatti, da un lato vive una profonda crisi dovuta ai danni prodotti dal repentino cambiamento climatico, dall'altro  esso stesso generatore di questa crisi, essendo una delle principali voci emissive di gas serra e sfruttamento delle risorse del pianeta. Prima quindi di immaginare quale potrebbe essere il cibo del futuro,  opportuno capire quale cibo possiamo gi oggi considerare appartenente al passato, in ragione della sua insostenibilit.
La nostra selezione di pochi vegetali e animali sfruttati intensivamente si  rivelata idonea a sfamare un mondo sempre pi popolato di individui, ma non a salvaguardare gli equilibri planetari: mais, grano e soia da una parte, voluminosi animali da allevamento dall'altra (In particolare bovini e suini) si stanno rivelando famelici consumatori di risorse ambientali finite e non rinnovabili, come terra e acqua.
Un recente report pubblicato dalle Nazioni Unite ha stimato l'impatto ambientale dell'allevamento animale: per produrre un chilo di carne di maiale sono necessari 3.500 litri d'acqua, 2.300 litri per un chilo di carne di pollo e addirittura 15.000 litri per un chilo di carne di vitello, responsabile inoltre dell'emissione di 150 chili di anidride carbonica. L'allevamento bovino nel suo complesso sarebbe responsabile di
circa il 18% delle emissioni di gas serra globali, percentuale che cresce ulteriormente se si prendono in considerazione anche gli allevamenti di polli, maiali e pesci. Mangiare carne non pone dunque solo questioni etiche e salutari, ma contribuisce pesantemente al riscaldamento globale. Considerando che tra circa venticinque anni la popolazione mondiale salir a 9 miliardi di abitanti e che nazioni come la Cina consumano sempre pi carne,  evidente che bistecche e hamburger saranno cibi sempre pi insostenibili, per di pi in situazioni di crescente deficit idrico.
Nell'ambito di un bilancio idrico del suolo, i regimi di precipitazione sempre pi estremi nel futuro saranno meno utili a soddisfare i fabbisogni delle colture in campo. Sulla base delle proiezioni climatiche da qui al 2100, le colture principalmente colpite saranno quelle con periodi di crescita primaverili, quando si verificano i cali pi consistenti di precipitazioni, oltre che le arboree sempreverdi e le colture annuali. Gli impatti pi marcati si concentreranno nelle aree del Sud, in cui l'aumento della temperatura, combinato alla carenza idrica, determiner una tendenza alla riduzione delle produzioni per molte variet coltivate e un aumento dello stress da caldo sugli animali, con effetti negativi sullo stato di salute, sulla produzione e sulla riproduzione della maggior parte delle specie d'interesse zootecnico, con vulnerabilit maggiori per quelle di esse pi sensibili alle elevate temperature, come ruminanti da latte e suini, e vulnerabilit media per gli avicoli. Condizioni di siccit, fenomeni di desertificazione, sallnizzazione delle falde possono inoltre ridurre e modificare la disponibilit di cibo per gli allevamenti.
Salvo costosi interventi strutturali a sostegno del regime alimentare attuale (infrastrutture per l'irrigazione e gestione efficiente dell'acqua, agricoltura di precisione,
miglioramento genetico e utilizzo di genotipi vegetali e animali adattabili a situazioni estreme),  evidente che il cambiamento climatico richieder di modificare il nostro sistema di alimentazione, introducendo specie e variet a minore richiesta idrica e orientando la nostra dieta verso un ridotto apporto di proteine animali. In generale, saranno da preferire le soluzioni che rispettano i principi della Climate Smart Agriculture suggeriti dalla FAO, capaci di aumentare la capacit di sequestro di carbonio nel suolo, ridurre le emissioni di gas serra in atmosfera, conservare la biodiversit, preservare sia la risorsa suolo sia la risorsa acqua.
La riduzione delle superfici disponibili in area mediterranea Imporr ben presto la necessit di aumentare la produzione di cibo per unit di superficie coltivata, ma il peggioramento delle condizioni ambientali render difficile farlo In maniera sostenibile, garantendo allo stesso tempo qualit delle produzioni, tutela dell'ambiente e sicurezza alimentare: ci richieder una profonda trasformazione sia nelle scelte politiche ed economiche sia nei comportamenti e nelle abitudini di produttori e consumatori. Le soluzioni che si prospettano all'orizzonte sono sostanzialmente due: ingegnerizzare il proprio sistema alimentare mantenendolo pi o meno immutato, oppure adottare nuovi stili di vita e di alimentazione.
La prima soluzione punta a soddisfare il bisogno alimentare globale (maggior disponibilit di proteine animali) attraverso soluzioni hi-tech come per esempio carne prodotta in vitro a partire da cellule animali, che dovrebbe sostituire allevamenti intensivi imbottiti di antibiotici. Ai puristi dei cibi naturali si potrebbe obiettare che, al di l della retorica, nessun cibo  veramente naturale: le carote In origine non erano arancioni, ma bianche e molto pi sottili; le pesche assomigliavano alle ciliegie ed erano salate, le angurie erano piccole, rotonde, dure
e amare; le prugne erano simili a delle uova bianche. La frutta e la verdura che mangiamo oggi hanno circa il 30% di vitamine (e anche calcio, ferro, proteine e fosforo) in meno rispetto alle variet selvatiche: le scienze biomolecolari e genetiche potrebbero restituire alle verdure che mangiamo le loro propriet nutrizionali originarie, o arricchirle di ci che pi ci serve. Potremmo mangiare mele dolci come quelle di oggi ma con le stesse propriet delle loro antenate selvatiche, nocciole che non causano allergie o lenticchie che hanno la stessa quantit di proteine della carne.
La seconda soluzione  optare per nuovi cibi, in grado di soddisfare una domanda di massa e fare tesoro dei cambiamenti climatici. La FAO e la redazione della rivista internazionale di economia Forbes hanno provato a ragionare rispettivamente su quelli che potrebbero essere i nuovi cibi e gli "affari" del futuro, ed ecco quindi i cinque cibi pi papabili per un futuro distopico come quello attraversato da Milordo:
Megafrutti. I megafrutti come il jackfruit (Artocarpus heterophyllus) originario dell'India e presente anche In altri Paesi del Sudest asiatico sono noti per le loro caratteristiche nutrizionali. Sono un'ottima fonte di potassio, calcio e ferro e si adatterebbero benissimo ai climi molto caldi del futuro: gli alberi non richiedono di essere ripiantati ogni anno, n hanno bisogno di particolari cure, e potrebbero quindi facilmente diffondersi in quelle che oggi (ma forse ancora per poco) chiamiamo le fasce di clima temperato.
Alghe. Radicate nella cucina orientale, potrebbero progressivamente fare breccia anche tra i gusti occidentali: molti nutrizionisti le inseriscono tra i migliori candidati a "cibo del futuro" In funzione della loro reperibilit, facilit di coltivazione e propriet benefiche di alcune specie come le alghe alimentari blu-verdi particolarmente efficaci nel
controllo del colesterolo, alghe rosse ricche di vitamina C, alghe verdi piene di clorofilla. A causa del riscaldamento globale, un gran numero di coste verr infestato dalle alghe, la cui tossicit per l'ambiente marino e costiero  particolarmente preoccupante. Sebbene rappresentino una fonte di minerali e sostanze benefiche per il nostro organismo, il loro limitato apporto calorico e proteico le porta in ogni caso a essere considerate alimento complementare.
Microproteine. Si tratta di proteine derivate in laboratorio dalle cellule di funghi, lieviti e muffe. Le prime sperimentazioni risalgono agli anni Sessanta con il Quorn, la cui fonte principale di microproteine  una muffa cresciuta in vasche di sciroppo di glucosio che respira aerobicamente: distribuito sia in Europa che in Nord America e concepito inizialmente come cibo per momenti di carestia, dal 2004 al 2009 viene introdotto come componente del burger vegetariani dalla catena McDonald's, e attualmente lo si pu trovare in diversi supermercati americani ed europei. Il fatto di essere frutto di laboratorio rende l'impatto ambientale potenzialmente minimo: queste colonie di batteri presentano una percentuale proteica pari all'80% del peso, sicuramente valida dal punto di vista nutrizionale.
Meduse. Il surriscaldamento globale, unito alla pesca Incontrollata che ha privato il mare dei loro predatori naturali come tonno e tartarughe, le ha rese di fatto infestanti. Per la stessa ragione delle alghe, il loro consumo potrebbe riequilibrare l'ecosistema marino. Sono gi oggi ampiamente in commercio nelle piazze orientali: in Cina sono utilizzate essiccate nelle insalate, in Giappone vengono invece fritte o utilizzate nel sushi, in Thailandia tagliate a strisce vengono mangiate come spaghetti. Le meduse presentano un'amplissima gamma di nutrienti: sono ricche di collagene e proteine a basso contenuto calorico, oltre che di omega 3 e 6; hanno un'invidiabile percentuale di proteine (circa l'80%) e una equilibrata presenza di grassi (circa il 20%).
Insetti. Secondo la FAO pi di due miliardi di persone fanno gi uso di insetti per fini alimentari, e le specie commestibili in commercio sono oltre 1.900. In ben 36 Paesi africani vengono consumate almeno 527 specie diverse, lo stesso avviene in 29 Paesi asiatici e in 23 Paesi americani. In Thailandia sono oltre ventimila le aziende, spesso a gestione familiare, che allevano locuste, grilli, bachi da seta, uova di formica. Spostandoci in Europa, la Svizzera  stato il primo Paese europeo ad avere sugli scaffali dei supermercati cibo composto da insetti: dal 2017 tre specie di insetti (larva della farina, grillo domestico e cavallette) possono essere utilizzate come derrate alimentari. Sono altamente nutrienti, perch forniscono proteine paragonabili a quelle di carne e pesce. Dal punto di vista ambientale, gli insetti risultano altamente ecosostenibili: si nutrono di cibo in decomposizione, funghi e piante, e possono convertire due chili di cibo in un chilo di massa, laddove un bovino necessita di otto chili di cibo per produrre un chilo di peso corporeo. In forma essiccata contengono spesso una quantit doppia di proteine rispetto alla carne o al pesce crudo; alcuni insetti, specialmente allo stato larvale, sono ricchi anche di lipidi e hanno importanti vitamine e sali minerali. L'anidride carbonica emessa per produrre un chilo di proteine dai bachi da seta, insetti particolarmente resistenti alla siccit,  decisamente minore rispetto a quella emessa per produrre un chilo di proteine animali. Per quanto riguarda i valori nutrizionali, il contenuto proteico di locuste e cavallette varia dal 18 al 32%, a seconda della specie, quello dei grilli dall'8 al 25%, quello della carne di vitello  intorno al 22%; uno sciame di locuste contiene da 16 a 20 milioni di esemplari, pari a circa 30-40 tonnellate di
proteine nobili. In futuro quindi quella che fu considerata una delle dieci piaghe d'Egitto potrebbe trasformarsi in una manna... Insetti "senza pensieri": hakuna matata!
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8. CAMPANIA.
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L'isola vulcano.
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Rientrati a Roma, ci fu il tempo solo per riorganizzare le valigie e ripartire, verso sud. Il mezzo scelto dall'organizzazione fu nuovamente la corriera a idrogeno, l'unico che permettesse di contemplare i paesaggi e capirne le trasformazioni. La guida anticip che da l in poi avrebbero visto un'Italia davvero diversa, perch la latitudine avrebbe cominciato a farsi sentire. Aveva ragione. Lasciata sulla sinistra la laguna di Pantano, che era collegata con la baia di Tivoli, la strada pieg verso il mare, in particolare verso il golfo di Ardea e il golfo Albano, separati dall'istmo di Aprilia, in fondo al quale si scorgevano le isole Antine. Dove un tempo sorgevano Latina e l'Agro Pontino, ora si era allargato il mare Pontino, dal golfo di Lepino a nord, alla baia di Prossedi, fino a capo Ausonio. A far da guardia
all'ingresso, 1 'isola di Circe, solitaria in mezzo al Tirreno come una dea mitologica.
La guida, in vena di filosofia, focalizz l'attenzione sulle alterne vicende del mondo. Qui gi i romani, tre millenni e pi prima, avevano strappato al mare le paludi, con imponenti opere di drenaggio e canalizzazione lungo la via Appia antica. Con la caduta dell'impero queste terre basse si erano di nuovo impaludate e gli abitanti, per sfuggire alla malaria, si erano ritirati verso le colline e le montagne dell'interno, proprio come adesso. Ci riprovarono poi i papi, a bonificarle, con incerti risultati. L'acqua risaliva tutte le volte. Per secoli
queste zolle impregnate di acqua e di cattiva aria furono riparo per pastori, allevatori transumanti e poveracci. Nell'Ottocento, nove secoli prima, i nobili vi venivano a cacciare e tra questi anche il ben pi blasonato predecessore di Milordo, il poeta tedesco Goethe, che non manc di apprezzare il lato selvaggio di questi luoghi. Fu poi la dittatura fascista a imporre con il pugno di ferro e la retorica la bonifica completa della regione, al prezzo di una falcidia di operai e di oppositori politici mandati nelle paludi a lavorare e morire. Anche dopo la caduta del regime, quando le ferite della guerra furono troppo presto rimarginate, nell'Agro Pontino arrivarono genti da ogni dove d'Italia per rifarsi una vita, facendo di questa provincia un vero melting pot italiano.
Ma la fisica  la fisica e se un terreno costiero  al di sotto del livello del mare ci finisce dentro tutta l'acqua che scende dalle montagne, la quale per inaggirabile legge di gravit non potr andare in salita a scaricarsi in mare e ristagner come in un catino. Per alcuni secoli, quindi, era stato necessario non solo drenare l'acqua dagli avvallamenti nei canali di scolo, ma anche pomparla fuori ed espellerla, con enorme dispendio di energia (certe idrovore naturali, come gli eucalipti, non bastavano). Il patto vacillante con la natura era andato avanti per un po': le acque dei torrenti anzich disperdersi in paludi furono irreggimentate in una griglia di canali, che lasciavano libere ampie estensioni di fertili campi da coltivare; le idrovore meccaniche al termine dei canali di scolo alzavano l'acqua quel tanto che bastava per farle prendere l'abbrivio per scendere in mare, attraversando le dune che intanto impedivano al mare stesso di entrare.
Per quanto Homo sapiens viva contro natura da molto tempo, l'instabile equilibrio raggiunto non poteva reggere al
riscaldamento climatico. Era stato necessario prima aggiungere un'altra fila di dune, sempre pi alte, con gran sbancamento di sabbie e trituramento di tufi, e poi vere e proprie barriere, la cui lunghezza per non era mai sufficiente perch il mare entrava da nord e da sud. C'era poi il problema dello scolo delle acque interne, che per quanto ridotte dalle siccit continuavano a riempire il catino dell'Agro Pontino. Le si doveva sollevare sempre di pi, contro la forza di gravit. Quando il mare si era alzato ancora e i primi argini si erano rotti, fu dato inizio alla grande evacuazione di Latina, Sabaudia e degli altri centri. Cos come questi erano nati dal nulla, secoli prima, riconquistando spazio alle acque, adesso il mare era tornato e dal nulla nascevano altri centri abitati pi all'interno, sui Colli Albani, sui monti Lepini e Ausoni, esattamente come all'epoca dei saraceni e della malaria. La nemesi della storia.
L'equilibrio antropico instabile si era rotto nello stesso modo anche a Grosseto, a Livorno, a Oristano, e soprattutto a Ravenna, che ora se ne stava come un punto geografico in mezzo all'Adriatico. Le alterne vicende della storia, umana e ambientale, non tornano per mai esattamente su s stesse. Dove un tempo c'era un meraviglioso ecosistema di paludi - regno di anfibi, rettili, piccoli pesci, cigni, aironi, gru e miriadi di insetti - alternate a fitte selve mediterranee di sugheri, lecci e pini, abitate da cervi, cinghiali e volpi, ora c'era nel Lazio meridionale un altrettanto meraviglioso ecosistema di dune tropicali, piccole lagune interne, tratti di foresta di palme, interrotti soltanto dalle valli da pesca, da coltivazioni di alghe per uso alimentare e dagli allevamenti di mitili e di meduse.
Fu in questo scenario che la corriera prosegu lungo una strada costiera spettacolare che percorse, dopo Terracina, i bordi frastagliati della baia di Fondi, poi quelli del golfo di Sessa dopo Sperlonga, con le isole di Gaeta, di Scauri e di Minturno. A quel punto la strada, anzich proseguire sul golfo di Sessa verso la penisola di Mondragone, sotto il vulcano ormai quasi del tutto smussato di Roccamonfina, scavalcava con un ponte scenografico il canale naturale che dal mare aveva formato un altro vastissimo specchio d'acqua, la laguna di Liri, che arrivava a lambire l'abbazia di Montecassino, pi volte rasa al suolo e pi volte risorta.
Dalle pendici meridionali di Roccamonfina la guida fece segno di stare attenti. Stava per aprirsi innanzi un altro panorama inaspettato. Quella che un tempo era la Campania, meta finale prediletta del Grand Tour, si era notevolmente ridotta, ma non aveva certo ceduto in bellezza. A sinistra le colline erano ricoperte di piantagioni di palme da olio, che digradavano verso un enorme golfo chiamato mare di Partenope. Dove prima scendeva il Volturno si era aperta una ferita d'acqua lunghissima, l'insenatura del Volturno appunto, che saliva fino a Telese da una parte e alle pendici del massiccio del Matese, sull'Appennino sannita, dall'altra. I turisti attraversarono le strade affollate di Caserta, che affacciava direttamente sul mare ed era diventata il grande porto commerciale del Tirreno meridionale.
Tutti si aspettavano a momenti di avvistare Napoli, ma non arrivava. Proseguiva la costa, fittamente abitata fino alle pendici montane, per chilometri e chilometri, con altri porti e distretti industriali. Quando sulla destra apparve, imponente, il Vesuvio, tutti capirono che non avevano visto Napoli perch erano gi a Napoli. La citt non era pi alle pendici del vulcano e il golfo era sparito, cos si era spostata verso nord estendendosi lungo le coste meridionali del mare di Partenope e poi del mare di Pompei, che era collegato al primo attraverso il canale d'Ottaviano dietro il Vesuvio. Rispetto a ci che aveva ammirato Goethe, era proprio un altro mondo.
Alle spalle della nuova Napoli (Nea Polis due volte), le vallate campane e irpine erano state trasformate in latifondi di palme da olio, banani e ananas. Il vulcano, che era esploso eruttando altre tre volte dopo la visita del poeta, era adesso una imponente e vagamente minacciosa isola, Vesuvia. Alle sue spalle un'altra isola, pi piatta, ma con una caldera pi larga, l'isola Flegrea. Qui, dopo un secolo e mezzo di bradisismo che aveva sollevato i Campi Flegrei di dodici metri, una super-eruzione aveva seminato distruzione, due secoli prima, lasciando come residuo l'isola attuale, in mezzo all'arcipelago Flegreo, che comprendeva anche Ischia, lo scoglio di Terra Murata dove prima si distendeva Procida, l'isola Misena e altri faraglioni. L'isola Flegrea adesso era un rinomato centro internazionale di termalismo, con sofisticate apparecchiature di prevenzione e allarme in caso di attivit vulcaniche. Pi al largo, Ventotene e l'arcipelago ponziano erano ormai ridotti a esigui affioramenti.
Tra riscaldamento climatico, alluvioni, mareggiate sempre pi profonde, eruzioni, non c'era stato il tempo sufficiente per avere quella stabilit ambientale che permettesse la musealizzazione dei siti archeologici e dei beni storici pi preziosi. Milordo pens che forse era anche meglio cos. Il patrimonio sommerso era tutelato da una speciale sezione di archeologia subacquea che qui aveva raggiunto punte di eccellenza. Venivano a studiare da tutto il mondo il caso campano e le tecniche adottate per preservare sui fondali bassi il centro storico di Napoli, oltre che Pompei, Ercolano, Paestum. Naturalmente anche Milordo e il suo gruppo parteciparono a pi di un'escursione sul mare e visitarono nel quartiere meridionale della Nuova Napoli il bellissimo Museo interattivo del Patrimonio Sommerso, che permetteva a tutti, anche a chi non era in grado di fare immersioni, di avere un'esperienza realistica ed emozionante grazie a ologrammi, avatar e realt aumentata. Chiss cosa ne avrebbe pensato Goethe.
Oltre la penisola sorrentina, che aveva mantenuto una parvenza della sua conformazione ma con i paesi spostati pi in alto, e il porto di Salerno, che come Caserta aveva sfidato il mare contrattaccando con la costruzione di giganteschi moli e banchine, si apriva il mare del Sele, punteggiato a sud dalle isole cilentane, che aveva invaso tutta la piana di Eboli e obbligava a un lungo giro prima di poter entrare nella meraviglia finale della Campania meridionale: il parco del Cilento, rifugio di una foresta tropicale eccezionalmente rigogliosa, non ancora deturpata dalle piantagioni di palma da olio, che ospitava una ricchissima fauna selvatica a rischio estinzione. Ci si poteva arrivare in treno superveloce, sotterraneo e sottomarino, direttamente da Caserta, Nuova Napoli e Salerno in poche decine di minuti, ma gli accessi erano contingentati. Rispetto alle tre citt, che ormai erano fuse insieme in un'unica congestionata conurbazione costiera, lo stacco non poteva essere pi radicale. La costa cilentana era straordinaria, tormentata e attraente, tra l'isola di Licosa, la baia dell'Alento, l'isola di Palinuro - un gioiello di biancheggiante architettura mediterranea tropicale, protetto dall'UNESCO e separato dalla terraferma dal canale di Palinuro - e poi a sud la baia di Policastro.
Milordo pens che anche qui avrebbe potuto fermarsi per la pausa delle vacanze di mare, ma lo aspettava per il giorno successivo la Puglia, l'altra perla tropicale del meridione d'Italia.
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Abitare tra ecotecnica ed ecotattica.
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Difficile dire come si vivr in questa distopica Italia del 2786, soprattutto difficile immaginare chi e quanti possano abitare ancora una terra cos desolata. Considerando gli attuali tassi di natalit e mortalit, la Population Division dell'ONU prevede per fine secolo una popolazione di appena quaranta milioni di abitanti in Italia: sembrerebbe quasi una buona notizia, se non fosse che quella popolazione risulterebbe ancora pi invecchiata di quella attuale. Peraltro, in una situazione climatica cos compromessa chi avr potuto permetterselo se ne sar gi andato da tempo, rincorrendo climi pi temperati, come gi succede oggi alle carovane di giovani migranti che si dirigono verso la sponda europea del Mediterraneo per sfuggire alle molteplici crisi d'Africa: siccit, scarsit d'acqua e di raccolto, conflitti politici e religiosi che generano sfruttamento e povert.
A causa dell'inasprimento degli eventi meteorologici o del semplice aumento della temperatura, tutti gli esperti concordano nel prevedere un aumento dei flussi migratori. Qualcuno calcola in decine di milioni i "migranti ambientali" costretti, ogni anno, a lasciare le loro case. Un esempio  l'inondazione del Pakistan del 2010, che ha ricoperto d'acqua un'area grande quanto un terzo dell'Italia e in poche ore ha lasciato senza casa oltre 20 milioni di persone. Si stima che i migranti ambientali dopo il 2030 potranno superare i 100 milioni e avvicinarsi progressivamente a 200 milioni. Molti tra gli analisti che si occupano di sicurezza sostengono che gli effetti economici e sociali dei cambiamenti climatici saranno causa di conflitti politici e militari: le Nazioni Unite reputano il olimale change una seria minaccia per la pace e la CIA lo considerava gi una decina d'anni fa la pi grave minaccia per la sicurezza nazionale, superiore persino al terrorismo.
La dizione di "rifugiato ambientale" non  di questi anni: fu introdotta nel Palazzo di vetro dell'ONU per la prima volta nel 1985. Oggi tuttavia le condizioni allora preventivate si sono puntualmente verificate e moltiplicate: la Banca Mondiale stima che, entro il 2050, le migrazioni climatiche interesseranno 143 milioni di persone che oggi vivono nel triangolo compreso tra Africa subsahariana, Asia meridionale e America del Sud, costrette a spostarsi da luoghi resi Invivibili o infruttiferi a causa del global warming. Un fenomeno che i Paesi industrializzati partecipanti alle varie conferenze internazionali intendono lenire con abbondanti erogazioni di denaro, ma stando almeno alle previsioni si tratta di una cura approssimativa e palliativa. Milioni di persone vorranno trovare casa in altri territori, con il rischio che questo movimento sfoci in guerre e quindi ulteriori fughe verso parti del globo considerate a torto o a ragione pi tranquille e accoglienti. A meno di non trincerarsi in una "fortezza" Europa, una sorta di Alcatraz Inespugnabile, molto probabilmente gli abitanti italiani del XXVIII secolo saranno gli africani di oggi, adattatisi a vivere in un clima in fondo non cos diverso da quello da cui i loro antenati erano sfuggiti, chiss se con maggiori possibilit tecniche ed economiche per affrontare i disagi generati da situazioni sempre pi estreme.
Quali saranno in ogni caso le soluzioni abitative adottate da chi si trover in Italia per poter vivere in un clima cos ostile e in un territorio cos compromesso? Le vie che l'umanit si trover di fronte saranno probabilmente le stesse che abbiamo a disposizione oggi, e che forse hanno accompagnato da sempre il cammino dell'umanit, a partire dal mito di Prometeo ed Epimeteo narrato da Platone nel dialogo Protagora: da un lato adattarsi all'ambiente cercando di sfruttarne al meglio possibilit e opportunit, alla ricerca di nuovi equilibri (soluzione ecotattica); dall'altro, fare affidamento sulla tecnologia e trasformare l'ambiente in modo da garantire spazi di vita protetti sempre pi dipendenti da interventi ed equilibri artificiali (soluzione ecotecnica).
Un esempio del primo caso sono i Sassi di Matera, tipologia di dimora ipogea di eredit plurimillenaria, descritti negli anni Cinquanta alla stregua di un girone infernale, ed eletti nel 1993 Patrimonio Mondiale dall'UNESCO quale esempio di ecosistema urbano capace di perpetuare dal pi lontano passato preistorico l'accurata utilizzazione delle risorse fornite dalla natura (acqua, suolo, energia). Le dimore ipogee sono infatti strutture in grado di adattarsi all'arsura e al calore delle estati torride e del sole a picco, garantendo al tempo stesso - con un Ingegnoso sistema di condotte, cisterne e vasche sotterranee protette dall'evapotraspirazione - il necessario approvvigionamento idrico. Vivere sottoterra potrebbe tornare a essere una soluzione valida, nell'Italia del 2786: in fondo il global warming interessa in primis la superficie del pianeta, molto meno le profondit terrestri e marine, che potrebbero accoglierci e metterci al sicuro, quanto meno da temperature torride ed eventi estremi.
Pi in generale, l'approccio ecotattico fa riferimento a quelle che vengono definite nature based solutions, ovvero soluzioni offerte dalla natura stessa per mitigare gli effetti climatici (alberi e siepi ai margini delle strade, parchi e giardini sui tetti delle abitazioni, orti e aree agricole perturbane per ridurre le ondate di calore, fasce tampone per la raccolta e
l'assorbimento delle acque, riduzione del consumo di suolo); ma fa leva anche su azioni di educazione e prevenzione che mirano a modificare e ad adattare i nostri comportamenti: una mobilit sostenibile, modelli di economia circolare e riciclo dei materiali, riduzione degli sprechi e dei consumi inutili, attivit di sensibilizzazione e coinvolgimento per rendere la popolazione pi consapevole e responsabile delle ricadute sul clima generate dal proprio stile di vita.
Nell'immaginazione fantascientifica tuttavia  la soluzione ecotecnica o "prometeica" quella che affascina di pi: avveniristici universi artificiali autosufficienti, introversi e isolati, in grado di proteggere l'uomo (al tempo stesso distruttore e demiurgo) dalle ingiurie del tempo meteorologico che egli stesso ha contribuito a provocare. Gi oggi si prefigurano soluzioni tecnologiche in grado di affrontare i primi problemi generati dal riscaldamento planetario: non pi antiestetici pannelli solari ma soluzioni energetiche pi efficienti e performanti, come le tegole fotovoltaiche progettate da Tesla per catturare energia su tutta la superficie del tetto, o finestre hi-tech in grado di catturare l'energia del sole o far filtrare pi o meno luce a seconda dell'intensit e luminosit esterna; abitazioni energeticamente autosufficienti, connesse a una micro-rete elettrica interconnessa per inviare o ricevere elettricit dalle altre abitazioni in caso di surplus o deficit energetico; domotica con termostati intelligenti e lampadine smart, capaci di ottimizzare i consumi in base ai gusti e alle necessit... Le case del futuro dovranno essere sempre pi neutrali, sia in termini di emissioni che di consumo d'acqua ed energia, con condotte d'acqua differenziate a seconda degli usi, sul modello israeliano (un giorno non molto lontano sembrer a tutti assurdo usare acqua potabile per lo sciacquone di un wc), sistemi di isolamento termico e controllo bioclimatico degli edifici garantiti da materiali all'avanguardia, sistemi di controllo della radiazione solare e dell'ombreggiamento, aumento della ventilazione naturale con sistemi di raffrescamento integrati.
In fondo non si tratta di futuro, questi sistemi sono gi realt, anche se rischiano di essere a disposizione di pochi. Sta qui il vero nocciolo della questione: le soluzioni ecotecniche sono perlopi declinate sul microcosmo privato, appannaggio di chi economicamente pu permettersele, tendono dunque a essere esclusive, a creare ulteriore divario sociale, separando le classi un po' come negli strati verticali della Los Angeles di Blade Runner di Ridley Scott; le soluzioni ecotattiche richiedono al contrario condivisione, investimenti pubblici, interventi pianificati al fine di garantire condizioni di benessere estese all'intera collettivit.
Forse  necessario rileggere il mito di Platone per integrare i due approcci: reinterpretare e riconciliare le figure di Prometeo ed Epimeteo, destinate a completarsi a vicenda senza che l'uno sia necessariamente il perdente dell'altro. Il vaso di Pandora del cambiamento climatico  la diretta conseguenza di un dominio prometeico incapace di leggere i segnali d'allarme che provengono dalla natura: riporre una fiducia cieca nell'onnipotenza della tecnoscienza alla lunga rischia di negare la libert conquistata dall'uomo rendendolo schiavo di una tecnologia che deve continuamente alimentare per poter vivere sulla Terra. La vera sfida che ci attende sar questa: decidere se abitare sulla (o pi probabilmente sotto) una terra divenuta invivibile oppure continuare ad abitare in dialogo con la Terra, cos come la conosciamo.
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9. APULIA.
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Le isole tropicali del sud.
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L'indomani Milordo da solo prese il treno superveloce che univa in un'ora e mezza Nuova Napoli con Bari, l'altro grande porto meridionale, sul versante adriatico, che aveva dovuto arretrare di dieci chilometri ma li aveva gradualmente riconquistati con banchine, isole artificiali e terrapieni, aprendosi a ventaglio lungo il golfo. Questa della rivincita sul mare era diventata una prerogativa della Puglia, perch anche Trani e Barletta si erano reinventate come isole-citt, sollevate su montagnole artificiali, due macchie bianche ben visibili al largo del porto di Andria. I traghetti a fusione nucleare e le navi crociera dei tropici mediterranei ci passavano in mezzo ed era uno spettacolo unico, sembrava di arrivare nella mitica Atlantide. Tanto pi che alle spalle di Andria, prima dell'estuario dell'Ofanto, si vedeva cominciare, a perdita d'occhio, la distesa delle piantagioni di palma da olio e da frutto, che anche qui ormai la facevano da padrone.
Alla stazione di Bari i turisti potevano scegliere fra la destinazione settentrionale della Puglia e quella meridionale. Milordo scelse la seconda, perdendosi cos le bellezze del mare Sanseverino, che sul lato meridionale non aveva molte attrattive essendo per lo pi occupato dal porto di Foggia e dal golfo di Orta, ma in fondo si chiudeva con l'istmo d'Apricena, esiguo collegamento di terra rimasto per il promontorio del Gargano, un isolato tropicale delizioso, coperto al
centro da una rara foresta secolare, circondato da spiagge dorate e lunghi tratti di mangrovie, dal golfo di Lesina a quello di Varano, e da qui facendo il giro fino a capo Tufara.
Milordo non ebbe a pentirsene troppo, perch lo attendeva uno dei luoghi pi belli del Mediterraneo tropicalizzato, dove passare dieci giorni di completo relax in un resort. Prese un taxi da Bari, seguendo la costa. Vide un'altra citt-isola, Monopoli, cinque chilometri al largo. Verso l'interno, piantagioni e ancora piantagioni, con qualche sprazzo di mangrovie e di foresta. Pi all'interno, oltre gli ultimi villaggi bianchi, si intravedeva una fascia arida. Brindisi, come Bari, era un porto allargatosi a un vasto golfo, ma arretrato di almeno venticinque chilometri. Da qui partivano i battelli per l'isola Salentina, la meta di Milordo, paradiso tropicale tra i pi ambiti al mondo. Le imbarcazioni doppiavano capo Cellino, si lasciavano sulla destra il golfo di San Pancrazio e quello di Avetrana, e poi attraversavano il mare di Luppiu, passando sopra il patrimonio sommerso del barocco leccese e gettando l'ancora in uno dei due golfi gemelli di Galatina e Galatone.
Il ritiro preferito dai genitori di Milordo si trovava in un'incantevole insenatura dinanzi all'isola Capo d'Otranto, un avamposto adriatico selvaggio dal quale si vedeva l'Albania. Il giovane gentiluomo pass dolci giornate di mare, viaggiando in monopattino elettrico su tutta l'isola Salentina, facendo immersioni tra i coralli del canale di Gallipoli fino all'isoletta Ausentina, ballando nelle feste notturne e gustando le prelibatezze locali. Pens che in definitiva non c'era stata tappa nel Grand Tour dell'Italia dell'Antropocene in cui non avessero pasteggiato benissimo, segno di una tradizione che aveva resistito a tutti i cambiamenti, compensando la riduzione della
biodiversit dei prodotti locali tipici (la pi alta in Europa un millennio prima) con l'evoluzione delle tecniche gastronomiche.
L'unico cruccio che gli rovinava talvolta l'umore era constatare, nei villaggi vacanze e nei centri abitati, le forti diseguaglianze tra i benestanti titolari delle attivit economiche e i loro sottoposti, quasi tutti di origine africana o asiatica. Lo aveva studiato a scuola, ma vederlo di persona faceva un altro effetto. L'evoluzione dell'Antropocene e il suo dispiegarsi in terre di confine come l'Italia, geograficamente al centro dei flussi migratori e delle trasformazioni ambientali, univano in s un grande tema ecologico, cio l'impervia sostenibilit della specie sedicente sapiens dopo che il riscaldamento climatico aveva superato la soglia di non ritorno sei secoli prima, e un grande tema sociale: le ingiustizie, le discriminazioni e le diseguaglianze che accompagnavano la crescita economica e da secoli la laceravano tra squilibri e costi umani altissimi.
La crisi ambientale, infatti, era stata pagata finora principalmente dai Paesi pi poveri, che poco o nulla avevano contribuito al cambiamento climatico: le nazioni dell'Africa subsahariana, ridotte a deserto in pochi decenni e praticamente evacuate; le popolazioni del Sudest asiatico, sferzate da disastri naturali indescrivibili, con nazioni come il Bangladesh allagate per il 75% della loro estensione, senza risorse per interventi di resilienza, con pi di cinquanta milioni di persone obbligate a spostarsi; e soprattutto gli arcipelaghi dell'oceano Pacifico, completamente sommersi gi sette secoli prima tranne rare eccezioni, i cui popoli dovettero riprendere le vie del mare e trasferirsi in Australia e Nuova Zelanda. Tutto questo era ingiusto, tanto pi che coloro che erano stati costretti a migrare nelle parti ricche del mondo per ritrovare una vita dignitosa venivano discriminati, maltrattati e sfruttati proprio da coloro che avevano causato il problema all'origine.
Milordo non voleva essere parte di questo gioco, ma non sapeva come fare per sottrarsene. Con il suo aspetto distinto, non gli andava di passare per un gentiluomo germanico che si dava delle arie, magari accompagnato da un cicisbeo o cavalier servente. L'ecologia non poteva essere un lusso per magnati e privilegiati, chiusi nei resort africani cari come l'oro per ammirare le ultime bestie feroci, o sdraiati sulle spiagge salentine, ben accuditi da inservienti di colore. Qualcosa non aveva funzionato, pens, se tutte le strepitose innovazioni tecnologiche verdi che si erano accumulate negli ultimi secoli, dalla fotosintesi artificiale alla fusione nucleare, non erano state condivise in modo inclusivo, lasciate ad accesso aperto, e i loro vantaggi non erano stati distribuiti anche ai pi bisognosi. Il grido dei poveri continuava a levarsi dalla Terra, insieme al grido della Terra stessa, calda e sofferente.
L'evoluzione morale, sociale e politica di Homo sedicente sapiens continuava a essere troppo lenta rispetto a quella tecnologica e scientifica. "Restiamo pur sempre un mammifero ingordo", si disse Milordo, "condannato al tribalismo e all'incapacit di guardare al futuro della specie umana nella sua totalit". Gli interessi della natura - di quegli uccelli sgargianti, dei pappagalli, dei serpenti, dei coccodrilli, dei gatti selvatici tropicalizzati e degli insetti che osservava sull'isola Salentina - coincidevano esattamente con gli interessi umani. Non si poteva non capirlo. Ci che avrebbe visto nell'ultima tappa stava per confermare drammaticamente questa sensazione.
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C' deserto e deserto.
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La desertificazione  un fenomeno gi presente nel nostro Paese, eppure trascurato e frainteso. Ci si immagina che esso, come nell'Italia del 2786, si manifesti con le forme classiche dei deserti: paesaggi di dune, sabbia, rocce e vegetazione spinosa simili a quelli del Sahara o del parco nazionale del Joshua Tree californiano. In realt la desertificazione  qualcosa di pi complesso e pervasivo: non  il mero avanzamento di sabbie o di condizioni climatiche e vegetazionali tipiche dei deserti, ma l'insieme dei processi che portano al degrado del suolo e al declino delle potenzialit produttive di un territorio, non necessariamente determinate solo da fattori naturali.
Tra il 1998 e il 2013 una percentuale compresa tra il 20 e il 30% della superficie terrestre ha mostrato andamenti declinanti nella produttivit. I dati forniti dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) mostrano che attualmente circa il 39% di essa  affetta da fenomeni di desertificazione: 250 milioni di persone sono direttamente a contatto con la degradazione della terra nelle regioni aride (si stima che ogni anno vengano persi 12 milioni di ettari di terreni fertili), e pi di cento Paesi nel mondo sono coinvolti da fenomeni che riducono le possibilit di produzione alimentare e la biodiversit.
In Europa, sulla base dei dati satellitari del programma Copemicus,  stato stimato che il 12% delle terre coltivate si trovi in situazioni di calo di produttivit e che un ulteriore 21% sia a rischio desertificazione. La situazione  particolarmente grave in Spagna, nel Sud del Portogallo e dell'Italia, nella Grecia sud-orientale, a Cipro e in alcune regioni della Bulgaria e della Romania che si affacciano sul mar Nero; le aree ad alto rischio di erosione produttiva interesserebbero complessivamente quasi il 20% del territorio della Grecia e dell'Italia.
Nel nostro Paese, secondo il CNR, ci sono aree in cui la percentuale di sostanza organica contenuta nel terreno  scesa al 2%, soglia per la quale si pu iniziare a parlare di deserto; a rischio sono il 70% del territorio in Sicilia, il 58% in Molise, il 57% in Puglia, il 55% in Basilicata, e una porzione di territorio tra il 30 e il 50% in Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania; insomma una media del 20% di territorio italiano  in pericolo.
Quali le cause di questo fenomeno, non soltanto mediterraneo? Come sempre nelle questioni ambientali non c' un solo colpevole, ma una serie di concause, naturali e antropiche. I processi naturali che favoriscono il fenomeno della desertificazione sono legati alle precipitazioni in termini di quantit, intensit e distribuzione, all'aumento della temperatura e degli episodi di siccit. Bisogna innanzitutto distinguere tra aridit e siccit: l'aridit  una caratteristica climatica strutturale, determinata dalla cronica scarsit di precipitazioni (inferiori a 200-400 mm all'anno) o dalla forte evaporazione che sottrae umidit a terreni e vegetazione; la siccit , invece, un fenomeno episodico, che pu colpire anche aree meno aride, in caso di precipitazioni sensibilmente inferiori ai livelli di norma registrati. Gli ecosistemi naturali hanno, in genere, la necessaria resilienza per superare periodi di siccit, al contrario i settori produttivi agroindustriali, pi rigidi e standardizzati, dipendono da un apporto d'acqua costante. L'impatto della siccit si manifesta poi su scale di tempo diverse: si distingue una siccit meteorologica (inferiore a 3 mesi), una siccit agronomica (da 3 a 6 mesi) e una siccit idrologica (6-12 mesi e oltre), che porta a una consistente riduzione del livello delle falde acquifere e delle portate fluviali. Spesso nelle zone aride, dove l'impiego delle risorse idriche  vicino alla soglia di sostenibilit, una siccit pu rompere il delicato equilibrio tra risorse e attivit produttive, provocando crisi alimentari, abbandono di territori, migrazioni e conflitti.
I processi degenerativi che portano alla desertificazione non sono dunque determinati solo o necessariamente da variabili naturali: a esse si aggiunge spesso l'opera dell'uomo, In particolare quando a situazioni di vulnerabilit climatica ed ecosistemi fragili (ambienti di transizione quali lagune e stagni costieri, aree dunali e retrodunali, aree calanchive ecc.) si associano attivit socio-economiche a forte impatto, un uso competitivo e non sostenibile delle risorse, o situazioni di sovrasfruttamento rispetto alle reali disponibilit, anche in termini di variabilit climatica.
L'Italia  un Paese mediamente ricco d'acqua, grazie alla presenza di estesi acquiferi calcarei e alluvionali che favoriscono l'accumulo nel sottosuolo di ingenti serbatoi. La ricchezza di acque sotterranee  tuttavia compromessa da un uso dissennato della risorsa, caratterizzato da prelievi eccessivi e non pianificati nonch dall'inquinamento puntiforme e diffuso di diversa origine (urbana, agricola, industriale). L'Incremento dei fabbisogni idrici e la concentrazione dei consumi in aree limitate, dovuto al passaggio a forme di agricoltura intensiva, hanno portato a un eccessivo prelievo della risorsa idrica sotterranea, con conseguente abbassamento del livello di falda. Questo fenomeno pu generare, come abbiamo gi visto, variazioni nei rapporti idraulici fra falde sotterranee e corsi d'acqua, e in prossimit della costa il richiamo di acque marine, causando la salinizzazione delle falde.
Oltre allo sfruttamento delle risorse Idriche, anche gli Incendi possono contribuire alla desertificazione. Le alte temperature generate dal fuoco producono infatti effetti negativi non solo sulla composizione e struttura delle comunit vegetali, ma anche sulle propriet fisico-chimiche del terreno: possono, per esempio, cambiarne la struttura rendendolo meno permeabile e, quindi, pi esposto a processi erosivi. Con l'incendio, si formano sostanze idrorepellenti che accelerano lo scorrimento superficiale e quindi il trasporto solido: nella stagione piovosa subito successiva all'incendio gravi problemi idrologici si sviluppano pressoch in maniera sistematica nelle aree bruciate acclivi. Nell'ultimo decennio In Italia si sono perduti pi di 600.000 ettari di bosco a causa degli incendi, che vengono innescati quasi sempre da cause non naturali, ricollegabili direttamente o indirettamente all'uomo: in alcune aree del Sud Italia e altri Paesi a clima arido e semiarido del bacino del Mediterraneo si sta assistendo a fenomeni di desertificazione generati dall'impiego del fuoco per la pulizia del pascoli o alla mala coltivazione di terreni poveri e fortemente acclivi per attivit zootecnica.
I processi di degrado del suolo sono a volte il risultato dell'uso erroneo di mezzi meccanici che accentuano pesantemente la costipazione, la compattazione del terreno o la fertilit chimico-fisica dello strato sottoposto ad aratura; la sempre maggiore grandezza e potenza dei trattori spesso comporta la trasformazione di sistemazioni agrarie collinari a girapoggio (cio con linee di coltura che seguono le curve di livello) in colture a rittochino (ovvero con filari e scoli che seguono la direzione di massima pendenza), con evidenti effetti sui processi di erosione dei suoli e ruscellamento delle acque.
Anche la moderna zootecnia, da attivit diffusa e in prevalenza agricola a produzione industriale separata dal
campo, ha determinato l'abbandono dei tradizionali ordinamenti produttivi cerealicolo-foraggeri, generando profonde conseguenze, come la diminuzione di erbai e la diffusione di monocolture estremamente esigenti in termini di fabbisogno idrico. Il substrato organico, da elemento principale nel determinare le scelte produttive,  divenuto cos fattore secondario, sostituibile con fertilizzanti ad alta impronta carbonica.
Il passaggio a ordinamenti intensivi ha modificato l'uso del territorio: da una parte si assiste a fenomeni di inquinamento a causa della necessit di smaltimento delle delezioni animali su superfici troppo limitate, dall'altra all'utilizzo eccessivo di poche aree di pi facile accesso e meglio servite da acqua, strade e servizi, sulle quali si sono spesso riscontrati carichi eccessivi, con conseguenti fenomeni di degrado della vegetazione, compattazione ed erosione dei suoli, fino a veri e propri processi di desertificazione.
Altri fattori di origine antropica che generano desertificazione, in termini di consumo e compattazione dei suoli, possono essere considerati anche l'urbanizzazione e il turismo, spesso responsabili di una perdita irreversibile delle funzionalit agricole e forestali, della drastica riduzione di coperture vegetali e di una forte richiesta di risorse idriche concentrata nel tempo e nello spazio.
Non si tratta dunque solo di paesaggi di sabbia, o di semplice cambiamento nel regime di temperature e precipitazioni, ma di perdita di produttivit e di disponibilit idrica spesso indotte da usi impropri e sconsiderati di suolo e territorio da parte dell'uomo, un problema che va ben oltre il meridione d'Italia, e ci spinge a interrogarci ancora una volta sulla corresponsabilit umana nel determinare gli esiti del cambiamento climatico. Forse il "deserto" pi pericoloso sta nella sua etimologia:  l'abbandono, il non accorgersi del deserto che stiamo creando.
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10. TRINACRIA.
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Nel sud africano.
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Il Grand Tour nell'Italia del Settecento e dell'Ottocento era un vero rito di passaggio. Non era solo un vezzo per collezionisti d'arte e di libri antichi, di pezzi di antiquariato e souvenir. Non c'erano solo diletto, curiosit, apprendimento e avventure amorose. I resoconti, al ritorno, non prevedevano soltanto i soliti stereotipi pittoreschi sull'italianit. Non era insomma solo classicismo, romanticismo e novelle gotiche. Il Grand Tour faceva parte in senso pi ampio di quella educazione liberale ed empirista che prescriveva di imparare con i sensi e attraverso le esperienze, di vedere luoghi differenti, di viaggiare appunto, per espandere la mente. Ci stavano quindi le vedute di laghi, vulcani e rovine, ma anche le scalate di montagne, i furti e le disavventure, oppure nottate in posti scomodi, qualche passaggio rischioso in terre di briganti (come accadde a Goethe, che invero and a cercarseli, in incognito), pericoli e traumi.
Milordo lo sapeva, ma mai avrebbe immaginato che la tappa finale sarebbe stata cos drasticamente diversa dalle precedenti. L'appuntamento con la guida e con il resto del gruppo era a Cosenza, in Calabria, da dove sarebbero partiti insieme per la Sicilia. Gli altri ci sarebbero arrivati con un treno superveloce da Salerno, dopo aver visitato l'Irpinia e la Basilicata. Milordo invece aveva ancora due giorni di viaggio dall'isola Salentina, perch aveva scelto di farli in
corriera, il mezzo che alla fine aveva prediletto per metabolizzare gli spostamenti. Il traghetto lo sbarc in un'altra affascinante isola-citt, posta a met strada fra la baia di Grottaglie e il golfo di Massafra: si chiamava Taranto e dominava con i suoi traffici febbrili l'economia del mare Ionio. Da qui il pullman gli fece attraversare, su un ponte basso a tralicci, la laguna di Laterza. Pernott in una fantastica citt scavata nella pietra, dove si giravano film e le dimore ipogee erano diventate un lusso estremo: Matera.
Poi scese lungo la costa delle rias ioniche, che assomigliava un po' alla Norvegia marchigiana, tanti fiordi lunghissimi uno dopo l'altro, che si incuneavano in scenografiche vallate di tufo e di dolomiti lucane, ma la costa era pi bassa e soprattutto pi calda, molto pi calda. Fu qui che Milordo cominci ad avvertire il cambiamento. Scendendo ancora pi a sud, le piantagioni diventavano pi rade e le zone aride, anche sulle montagne brulle e sulle praterie del Pollino, conquistavano spazio. Le folate di vento erano caldissime, come sbuffi di un forno o sfiati di un condizionatore. Si capiva che i pochi centri abitati, nascosti negli anfratti pi protetti, erano solo porte di ingresso per una vita sotterranea refrigerata. Arrivati in Calabria, la costa torn pi scoscesa, fino al mare del Crati e alla baia di Spezzano, dove lo Ionio si inoltrava all'interno, sicch ancora una volta sembrava che la penisola si spezzasse in due.
Scendendo verso Cosenza, il massiccio della Sila sulla sinistra era senza vegetazione, come prima il Pollino, ma molto pi nero. L'autista della corriera spieg che negli ultimi decenni era stato distrutto da incendi devastanti e ripetuti che non avevano lasciato scampo. Erano talmente veloci e voraci che persino la costa ionica del crotonese era stata abbandonata, dalla ria di Rossano alla ria del Nic, dalla baia del Lipuda ai golfi del Neto e di Crotone, fino all'isola di Capo Rizzuto. Quando Milordo incontr i compagni, era combattuto tra il riposo e la bellezza di cui aveva goduto e una sottile angoscia per ci che aveva visto nelle ultime ore. Salito l'indomani sulla corriera privata del Grand Tour, arriv a Catanzaro, che giaceva indaffarata e vociante al termine di un fiordo, tra il mare di Cutro, le rias di Catanzaro e il golfo di Soverato.
In quel punto davvero l'Italia si stringeva tantissimo e la costa tirrenica - tra il mare di Santa Eufemia, la baia dell'Angitola e il golfo di Vibo - sembrava sfiorare quella ionica tra la punta di Stalett e la penisola di Soverato. Scendendo ancora verso sud, tutti percepirono chiaramente l'Africa. Non nei volti della gente, ma nell'odore del vento del Sahara e nel paesaggio. L'Aspromonte pure era completamente bruciato, le vallate aride, le coste dunose e desertiche, sia sul versante tirrenico nel golfo di Nicotera e poi di Gioia Tauro, il cui porto era incassato ora in un'insenatura, sia sul versante ionico lungo la costa di Sant'Andrea, la baia di Stilo, e poi la costa delle Fiumare con il golfo di Caulonia, la baia di Gioiosa, il litorale d'Ardore, il piccolo mare di Bovalino e la baia di Brancaleone, con in mezzo l'isoletta d'Africo. Milordo pens che stavano vedendo la stessa cosa sin da Trieste: un'Italia con pochissime pianure, tutta montagnosa e corrugata, un'Italia orograficamente chiusa su s stessa.
Lo scenario arido e brullo non cambi dopo che la corriera, lasciando tutti senza fiato, poco a nord di Reggio Calabria imbocc l'altissimo ponte antisismico a campata unica sullo stretto di Messina. La guida scelse di farli arrivare a Palermo prendendo la via lunga, svoltando a sinistra sulla costa meridionale. L'autista era originario dell'isola di Milazzo e si aggiunse alla guida integrando il racconto con dettagli pieni di orgoglio e di nostalgia. L'Etna che tanto aveva affascinato Goethe era attivo e borbottante, con due lingue di lava che scendevano rispettivamente sui versanti settentrionale e occidentale, ma placide e lente, senza troppe preoccupazioni visto che comunque i paesi sulle pendici erano stati da tempo abbandonati, non per il vulcano ma per la mancanza di acqua e di vegetazione spontanea.
Catania, arretrata di pochi chilometri, ora si apriva su un bel golfo interno, il mare Catanese, che dopo l'isola Catena, la baia Scordia e il golfo di Lentini si concludeva con l'isola di Augusta. Il periplo della grande isola fu lungo e interessante, ma restava il fatto che la Sicilia era ormai per gran parte un deserto roccioso del tutto simile a quello libico e tunisino sull'altro lato del Mediterraneo. I fichi d'india si perdevano in mezzo a mille specie di cactus. I muretti a secco erano sommersi dalla sabbia. Gli impianti di desalinizzazione garantivano margini di agricoltura residuale nelle vallate pi riparate, soprattutto nella provincia di Ragusa, ma il caldo obbligava a una vita pressoch sotterranea e notturna. Sui terrazzamenti che gettavano sulla baia di Pachino erano in corso di sperimentazione nuove colture idroponiche tropicali, oltre ai tradizionali pomodori: avocado, papaya, mango e litchi. L'acqua desalinizzata aveva un sapore sgradevole, come se la rimozione del sale marino togliesse anche altri valori al liquido, ma era una benedizione per le popolazioni locali, che cercavano di sfruttare al meglio le innovazioni tecnologiche. I campi eolici, marini e terrestri nel deserto interno, unitamente al fotovoltaico, davano energia sufficiente, ma le infrastrutture dovevano resistere ai cicloni tropicali sempre pi violenti.
Dopo una tappa sulla punta della penisola di Siracusa, a Ortigia, splendidamente abbarbicata sul mare, i paesaggi erano
di quelli in cui l'uomo cerca a ogni costo di tener testa al deserto, come fanno gli animali che vi si sono adattati, ma nel corso di migliaia di anni. L'estuario del Dirillo, la baia di Gela, l'isola e il canale di Licata, la maestosa Valle dei Templi, in cui i monumenti erano stati ricoperti di resina conservante, poi gli estuari infuocati di Platani e del Belice, quindi la baia di Mazara e il suo litorale sabbioso, la laguna tropicale di Marcanzotta popolata di lamantini e coccodrilli, davanti alle Egadi, per arrivare alfine a Trapani, i cui abitanti si erano rifugiati sulla rocca di Erice scavata con gallerie e cisterne, lontano dal suo entroterra torrido. Ovunque anche qui i segni di catastrofici incendi, dopo i quali spuntava e resisteva solo vegetazione bassa, insieme ad arbusti e cactus.
Da Erice si organizzavano gite in jeep verso alcuni paesi abbandonati dell'entroterra, fantasmi pieni di storie come Segesta e Corleone, ma non c'era pi tempo. Si doveva rientrare. Dopo un ultimo bagno in un piccolo resort incassato nella montagna a San Vito Lo Capo, un tempo riserva naturale ma ormai completamente bruciata, la corriera percorse veloce le insenature di Castellammare e punt dritta su Palermo, che era arretrata di qualche chilometro nel bel golfo tra le isole Pellegrine e l'isola Zafferana, traslando i suoi palazzi e i suoi tesori pi preziosi. Dopo un'ultima notte passata in un hotel comodamente accessoriato vicino allo scheletro intatto di Santa Maria dello Spasimo, pura poesia siciliana, il gruppo part per l'aeroporto di Punta Raisi, la cui pista era ora elevata direttamente sopra il mare, dove li attendeva un volo charter a fusione nucleare per Trieste. La guida era stranamente ammutolita. Aveva detto tutto, o pagava la sottile tristezza di ogni finale del Grand Tour dell'Italia dell'Antropocene.
Ci fu per un'altra breve sosta, voluta fortemente da Milordo e da alcuni suoi compagni, a Capaci, che adesso era una scogliera sul mare chiamata Isola delle Femmine. C'era un grande monumento, ben tenuto. Raccontava una triste storia che anche nel 2786 gli studenti imparavano a scuola. Non riguardava propriamente l'Antropocene, ma il desiderio di giustizia contro tutto ci di cui  capace la bestia umana. Milordo rese omaggio a quel luogo e agli italiani difensori del bene comune, quello umano e quello della natura, insieme. Non l'avrebbe dimenticato.
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Take part! Facciamo la nostra parte.
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Sir Nicholas Stern, responsabile del servizio economico del governo britannico ed ex economista capo della Banca mondiale, disse un giorno: "Il cambiamento climatico rappresenta il pi grande e pi esteso insuccesso commerciale cui si sia mai assistito". Le previsioni degli scienziati sugli effetti del riscaldamento globale non lasciano dubbi sui costi economici enormi che l'umanit potrebbe essere chiamata a sostenere per garantirsi un ambiente vivibile, dopo aver fatto di tutto per deturparlo. Il problema  uno solo, e risponde alla seguente domanda: siamo in grado di rinunciare a un uovo oggi per una gallina domani? Ovvero, siamo in grado oggi di sostenere costi tutto sommato contenuti per riformare un modello di consumi e uno stile di vita dissipativi, e assicurare cos alle generazioni future un mondo (ancora) vivibile?
In questa sfida si misura la lungimiranza e generosit di Homo sapiens (che lo psicologo napoletano Cosimo Varriale ha gi ribattezzato Homo sapiens insipiens per la natura Invasiva e prepotente del suo cervello). Come afferma l'IPCC nel suo rapporto speciale del 2018, contenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5C anzich al di sotto di 2C pu consentire di ridurre in maniera significativa i rischi e dunque i costi, permettendo a persone ed ecosistemi di avere maggiori possibilit di adattamento alle mutate condizioni climatiche.
Gli impatti economici dei cambiamenti climatici in Italia risultano essere ancora gestibili, pur presentando costi comunque non trascurabili: circa lo 0,5% del PIL nazionale per scongiurare aumenti di temperatura superiori ai 2C rispetto al periodo preindustriale; per incrementi superiori, i costi aumentano rapidamente e in modo esponenziale: nello scenario climatico ad alte emissioni, che prevede per fine secolo un aumento medio della temperatura di 4C rispetto al periodo preindustriale, le perdite di PIL pr capite sarebbero superiori al 2,5% nel 2050 e tra il 7 e l'8% a fine secolo.
Ridurre i rischi climatici e aumentare la resilienza agli impatti sono obiettivi comuni dell'Accordo di Parigi e del Sendal Framework for Disa-ster Risk Reduction, entrambi emanati nel 2015. L'indice della Capacit di Adattamento - calcolato combinando un insieme di dieci indicatori relativi a risorse economiche disponibili, infrastrutture, istruzione, tecnologia e qualit delle istituzioni - prevede punteggi pi alti nelle regioni settentrionali, che potrebbero anche trarre qualche beneficio dal riscaldamento planetario. I cambiamenti climatici sono destinati ad aumentare la disuguaglianza tra regioni: gli impatti economici negativi tendono a essere pi elevati nelle aree pi povere, e ci favorir conflittualit politiche e sociali destinate a riverberarsi ben oltre tale perimetro.
 necessario capire dunque che il global warming coinvolge tutti, e che nessuno si salva da solo in questa battaglia. Come ben sottolinea papa Francesco nella sua enciclica Laudato sii, pubblicata nel 2015, "l'ambiente umano e l'ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale". Non esistono dunque problemi climatici separati dai problemi sociali: la crisi del clima e del pianeta  lo specchio di una crisi dell'umanit, le due crisi vanno dunque affrontate assieme. Da sempre la vita coevolve con il clima: un esempio classico sono i mammut lanosi, i mastodonti che hanno sviluppato un lungo pelo per adattarsi al freddo, ma non sono sopravvissuti all'ultimo periodo interglaciale, e probabilmente alla caccia da parte di Homo sapiens. La stessa evoluzione del genere Homo e la comparsa di Homo sapiens in Africa sono legate a fattori climatici, come potrebbe esserlo la sua estinzione; grandi civilt sono nate o si sono estinte a causa di cambiamenti del clima: esso  stato, per esempio, uno dei fattori che ha spinto a emigrare, nel corso dei millenni, svariate popolazioni da una parte all'altra dell'Eurasia, contribuendo a determinare, di volta in volta, il collasso dell'impero romano d'Occidente, la crisi dell'impero cinese o l'ascesa dell'Impero ottomano.
Ma  anche vero il contrario: l'uomo  in grado di influenzare il clima, gi da alcuni millenni, e negli ultimi due secoli in maniera sempre pi decisiva. Si calcola che la deforestazione causata dall'uomo quando -all'incirca diecimila anni fa - si  trasformato da raccoglitore e cacciatore ad agricoltore-allevatore, abbia fatto aumentare la temperatura media sulla superficie del pianeta di 1C. Le scelte che facciamo oggi ci diranno quindi a quale clima, ma soprattutto a quale civilt, dare un futuro.
Nonostante la sua geografia apocalittica, questo libro semiserio  improntato all'ottimismo e intende stimolare all'azione, che per essere efficace dovrebbe coinvolgere tutte le scale, da quella politica a quella planetaria a quella dei comportamenti del singolo individuo. Per questo vorremmo chiudere queste riflessioni elencando dapprima tre macroazioni "chiave", utili a fugare le prospettive pi catastrofiche per il clima planetario, e poi un decalogo finale per stimolare l'azione individuale. In ordine di difficolt crescente ecco gli obiettivi generali.
1) Modificare il paradigma energetico, passando rapidamente dalle fonti fossili (carbone, petrolio, gas naturale), che ancora oggi soddisfano l'80% della domanda mondiale di energia, a una prevalenza di fonti rinnovabili carbon free: si tratta di una sfida tecnologica ma anche culturale, in cui un ruolo chiave  giocato anche dalle politiche per il risparmio energetico.
2) Creare una volont politica condivisa a livello planetario, in grado di elaborare strumenti legali vincolanti. Il Green New Deal europeo e quello annunciato dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden sono un passo importante verso una transizione energetica sostenibile, ma occorre un nuovo protocollo condiviso a livello mondiale, molto pi esteso e stringente, negoziato sulla base dei principi di democraticit e di equit.
3) Mettere in discussione il nostro modello di crescita, fondato sull'espansione dei consumi individuali: occorre andare verso un modello di economia circolare e di sviluppo senza ulteriore spreco di materia ed energia, che comporti anche una pi equa ripartizione della ricchezza all'interno delle nazioni e tra le nazioni.
Da un'indagine della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) risulta che quasi quattro italiani su dieci (37%) hanno paura del cambiamento climatico, il 13% in pi rispetto alla media europea. Si tratta di un dato sul quale far leva per avviare azioni di contrasto efficaci: secondo la Coldiretti tagliare le emissioni di gas serra di oltre 1.000 chilogrammi all'anno (CO2 equivalenti) per famiglia  possibile, basta mettere in campo alcuni semplici accorgimenti nella spesa di tutti i giorni. Ecco dunque qui riportate, in conclusione, dieci regole d'oro per mitigare il nostro impatto sul clima, a partire dall'attivit pi basilare della nostra vita ossia l'alimentazione.
1) Ridurre il consumo di carne e derivati a massimo una o due porzioni a settimana, preferendo pesce di stagione, legumi, frutta secca e proteine di origine vegetale; quando necessario, prediligere carne, latte e uova provenienti da allevamenti non intensivi, biologici e all'aperto.
2) Scegliere frutta e verdura di stagione, privilegiando le coltivazioni biologiche: produzioni fresche stagionali consentono di risparmiare energia sia nella fase di produzione, sia nel mantenimento della catena del freddo, sia nell'utilizzo di pesticidi e fitofarmaci.
3) Preferire l'acquisto di prodotti locali che non devono subire lunghi trasporti con mezzi inquinanti: evitare il pi possibile frutti esotici come avocado, banana, ananas; ridurre le intermediazioni fino a fare acquisti direttamente dal produttore, per evitare passaggi di mano che spesso significano trasporti e rincari del prodotto.
4) Privilegiare i prodotti sfusi che non consumano imballaggi, come i distributori automatici di latte; acquistare confezioni formato famiglia rispetto a quelle monodose, per ridurre l'impiego di plastica per quantit di cibo consumato.
5) Fare acquisti di gruppo (in famiglia o in condominio) per ridurre i consumi di energia nei trasporti per fare la spesa.
6) Evitare cibi eccessivamente processati, poveri di nutrienti e ricchi di conservanti, le cui fasi di lavorazione spesso hanno pesanti ricadute energetiche, climatiche e ambientali.
7) Riutilizzare le borse per la spesa o servirsi di quelle realizzate con materiali biodegradabili e di tela, evitando quelle in plastica.
8) Ottimizzare l'energia consumata nella preparazione e conservazione dei cibi con pentole, elettrodomestici e frigoriferi a basso impatto.
9) Ridurre gli sprechi, ottimizzare gli acquisti e riscoprire la cucina degli avanzi, evitando che finiscano tra i rifiuti: circa un terzo degli sprechi alimentari nei Paesi occidentali ha origine nella pattumiera di casa.
10) Praticare la raccolta differenziata, per consentire il recupero di energia dai rifiuti prodotti, favorendo il pi possibile modelli di economia circolare.
Come suggerisce Robert Kenner al termine del film Food Incorporation (2008), candidato al premio Oscar nel 2010 come miglior documentario americano, ciascuno di noi pu "votare" per cambiare sistema almeno tre volte al giorno, attraverso un atto alimentare pi consapevole, che consenta di migliorare la nostra salute, il nostro pianeta e pure il nostro umore. Se lo facciamo davvero tutti, ce la possiamo fare. Take part!
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FINE.
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Bibliografia essenziale.
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Dove non diversamente indicato, i dati scientifici sul cambiamento climatico contenuti in questo libro sono ricavati dai documenti ufficiali dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) e reperibili nel sito ufficiale www.ipcc.ch. I dati relativi all'Italia e all'area mediterranea sono sintetizzati dal recente report a cura del Centro Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC), pubblicato da Spano D., Mereu V., Bacciu V., Marras S., Trabucco A., Adinolfi M., Barbato G., Bosello F., Breil M., Chiriac M. V., Coppini G., Essenfelder A., Galluccio G., Lovato T., Marzi S., Masina S., Mercogliano P., Mysiak J., Noce S., Pai J., Reder A., Rianna G., Rizzo A., Santini M., Sini E., Staccione A., Villani V., Zavatarelli M., Analisi del rischio. I cambiamenti climatici in Italia, 2020 (scaricabile dal sito: www.cmcc.it).
Una riflessione sui cambiamenti ambientali in prospettiva geografica  stata recentemente pubblicata da Bagliani M., Pietta A., Bonati S., Il cambiamento climatico in prospettiva geografica. Aspetti fisici, impatti, politiche, Il Mulino, Bologna 2019. Un ringraziamento va anche a Luca Mercalli per il confronto sui dati e le prospettive contenute nei suoi libri: Non c' pi tempo. Come reagire agli allarmi ambientali, Einaudi, Torino 2018; Salire in montagna. Prendere quota per sfuggire al riscaldamento globale, Einaudi, Torino 2020.
I dati relativi alla situazione dei ghiacciai della montagna italiana sono reperibili nel volume curato da Smiraglia C. e Diolaiuti G., Il nuovo catasto dei ghiacciai italiani, Ev-K2-CNR Edizioni, Bergamo 2015. La citazione di Giacomo Corna Pellegrini sulle Alpi nel Tremila  tratta dal libro Pianeta blu. Paesaggi e atmosfere nel mondo, Unicopli, Milano 1995; una riflessione sulla insostenibilit (climatica e finanziaria) dell'attuale modello turistico basato sugli impianti sciistici si trova nel dossier curato dalla Fondazione Finanza Etica Turismo bianco, futuro nero, https://valori.it/dossier/febbraio2020/.
Sull'Antropocene uno dei testi di riferimento  quello di Lewis, S.L., Maslin, M.A., Il pianeta umano. Come abbiamo creato l'Antropocene, Einaudi, Torino 2019; un'analisi in ottica psicologico-evoluzionistica del cervello di Homo sapiens  il libro di Cosimo Varriale, Homo sapiens insipiens. Alle origini di un cervello versatile e ambivalente, invasivo e "prepotente" che ci sta portando al disastro, Guida edizioni, Napoli 2020.
Alcune delle riflessioni sul cibo del futuro si ritrovano nel documento di Van Huis H Van Itterbeeck J Klunder H., Mertens E., Halloran A., Muir G., Edible Insects. Future prospects for food and food security, FAO, 2013 (http://www.fao.org/3/i3253e/i3253e00. pdf). Il decalogo finale  invece ispirato al Decalogo Salvaclima proposto dall'associazione Coldiretti e all'Ecomenu proposto da Greenpeace. Il documentario FoodIncorporation di Robert Kenner (2008)  pubblicato in edizione italiana e distribuito da Cinehollywood.
Un documento chiave per cogliere le connessioni tra cambiamento climatico e crisi sociale  l'enciclica di papa Francesco, Laudato sii, Libreria Editrice Vaticana, Citt del Vaticano 2015, disponibile in molte altre edizioni.
Il viaggio di Milordo  liberamente e giocosamente ispirato al Viaggio in Italia di Johann Wolfgang Goethe, pubblicato poco pi di duecento anni fa (1817).
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FINE.